Il mio lavoro è ibrido. La rivoluzione parte dai mestieri tradizionali

I bambini di oggi da grandi faranno i big data specialist o i web designer ma già adesso il digitale sta cambiando profondamente il modo di operare di commessi, artigiani, medici e avvocati

D’accordo, il 65% dei bambini che frequentano le scuole elementari, come sostiene il World Economic Forum, da grandi faranno un lavoro che al momento nemmeno esiste. Già oggi, peraltro, se uno vuole trovare un posto, meglio che metta da parte vecchi schemi mentali: stando ai dati di Anitec-Assinform, l’associazione delle imprese operanti nell’Ict e nell’elettronica di consumo, gli annunci di lavoro che crescono a ritmo maggiore riguardano profili professionali legati all’information technology. Un settore che nei prossimi tre anni avrà 88 mila occupati in più rispetto al 2018. Via libera, dunque, ai service development manager, ai big data specialist, ai web designer e a tutti i nuovi digital job. Perfetto. Il futuro non è un’ipotesi. Ma se il problema fosse (anche e soprattutto) un altro? Se bisognasse cominciare a costruirlo, il famoso futuro, partendo dal lato opposto, cioè dai mestieri più comuni, consolidati, diffusi? In altri termini, non è che i maggiori effetti della rivoluzione digitale si vedranno (anzi, si cominciano già a vedere) sugli operai, le commesse, gli artigiani e perché no, sulle storiche figure dei notai, degli avvocati, dei medici?

Un ribaltamento di prospettiva di straordinario interesse. Ed è esattamente questa la specificità della ricerca sui «Lavori ibridi in Veneto» condotta dall’Osservatorio delle professioni digitali dell’università di Padova. Obiettivo: cogliere le trasformazioni nelle attività tradizionali, quelle che tuttora costituiscono il 90% del mercato del lavoro nordestino. In breve, capire che cosa sta succedendo qui e adesso. Agli intervistati è stato chiesto con quale frequenza e con quale grado di conoscenza sono loro richieste anche competenze collegate alle tecnologie informatiche. E ancora, con quale frequenza e grado di conoscenza sono chiamati a utilizzare atout diversi (le cosiddette soft skills, dal muoversi in gruppo alla capacità di risolvere problemi) rispetto ai compiti abituali. «Bene» spiega Paolo Gubitta, direttore dell’Osservatorio «abbiamo scoperto che non è più sufficiente avere il genio della meccanica, essere maghi della carpenteria o bravissimi venditori. Al fianco di tutto ciò è ormai indispensabile disporre di una serie di competenze “moderne”, digitali e non solo. I mestieri tradizionali sono sempre più flessibili, trasversali o, appunto, ibridi».

Nella maggioranza dei casi, in tutte le funzioni, dagli uffici amministrativi ai capannoni dove si svolge l’attività produttiva, e senza particolare differenza tra grandi e piccole imprese, vengono richieste attività al computer basilari. Al primo posto, con frequenza crescente cui deve corrispondere un buon grado di abilità, la comunicazione digitale (email, social network, videoconferenze), seguita dalla produzione di contenuti digitali (grafici, tabelle, piccoli video) e dalla ricerca di informazioni online. Non basta. Ancora più apprezzata è la capacità di agire in autonomia e in parallelo di muoversi in team, l’apertura verso un approccio lavorativo problem solving e l’elasticità che porta a ragionare per obiettivi, collettivi e individuali. Tradotto in pratica quotidiana, l’operaio deve sapere gestire le macchine a controllo numerico e magari usare un software per la manutenzione a distanza. La commessa ha l’obbligo di dialogare in Rete con la clientela. L’elettricista non può limitarsi a montare impianti ma è chiamato a predisporre soluzioni di domotica. Persino il calzolaio misura il piede con il foot scanner. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. «Ma attenzione» puntualizza Gubitta. «Siamo alle avvisaglie di un cambiamento ben più profondo, perché in arrivo ci sono le sofisticate competenze richieste dal paradigma dell’Industria 4.0: realtà aumentata, robotica, Internet delle cose, cybersecurity. Se un lavoratore pensa di potersi fermare è perduto».

Insomma, la rivoluzione è solo all’inizio. «Non c’è dubbio» conferma Gianni Potti, delegato di Confindustria Veneto per l’Industria 4.0, l’innovazione e la ricerca, «il mercato esige la commistione delle capacità professionali a ogni livello. Dall’operaio al manager, tutti devono avere un solido know-how tecnico, ma allo stesso tempo competenze finanziarie, di marketing, informatiche. Ovviamente è più facile a dirsi che a farsi, visto che in tutte le classifiche sulla digitalizzazione siamo in coda. Un dato: il 22% degli italiani non ha mai usato internet, 9 punti peggio della media europea. Dobbiamo recuperare il gap cominciando proprio dai luoghi di lavoro». Francesco Giacomin, direttore di Confartigianato Veneto, rincara la dose: «Tanto nelle grandi quanto nelle piccole e piccolissime imprese va assolutamente rivisto il mix tra analogico e digitale. Il salto di qualità sta nel coniugare gli antichi saperi, la tradizione e l’abilità manuale con l’hi-tech e le nuove conoscenze. Competenze digitali sarà la parola d’ordine di Confartigianato per il 2019».

Ma a che punto è questo processo di evoluzione del capitale umano? I lavoratori (e gli imprenditori) sono consapevoli della necessità di (ri)mettersi in gioco, al di là del ruolo e dell’età? «L’aspetto più evidente, che ha caratterizzato la ripresa post-crisi» sottolinea Tiziano Barone, direttore di Veneto Lavoro «è la progressiva polarizzazione del mercato. A crescere sono soprattutto le professioni altamente qualificate e remunerate, insieme con quelle di basso profilo e meno pagate. A rimetterci, a partire dal 2008, è stata l’occupazione intermedia. A maggior ragione, dunque, bisogna fornire a impiegati e operai nuovi strumenti e specializzazioni. Occorrerebbe un grande progetto di alfabetizzazione digitale, un “Non è mai troppo tardi” in chiave 4.0. Informatica e soft skills sono oggi qualcosa di simile a quello che vent’anni fa era la conoscenza dell’inglese: una sorta di prerequisito per trovare qualsiasi posto di lavoro». La chiave di volta ha un solo nome: formazione. Piccolo particolare: non è sufficiente «attrezzare» i giovani che si affacciano al mondo del lavoro o riqualificare chi il lavoro lo perde. Qui occorre alzare il valore aggiunto di migliaia di persone che un posto ce l’hanno e che guai se si accontentano di quello che sanno fare. Elena Donazzan, assessore al Lavoro e alla formazione professionale (posta che vale 24 milioni) della Regione Veneto, sorride: «Già conoscere i cambiamenti reali che emergono nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro è un bel passo avanti. Il mercato è estremamente dinamico: si mescolano i settori, le vecchie qualifiche perdono significato, le competenze si ibridano. L’unico fatto certo è che in epoca di globalizzazione si vince con il capitale umano. Per questo vogliamo tarare meglio possibile il sistema della formazione. E il punto di partenza non potranno che essere le nuove competenze. Pensiamo di creare corsi più mirati alle esigenze delle imprese, brevi ma su misura, immediatamente fruibili. Vedremo. L’importante è il traguardo finale: la buona formazione è la leva che può alzare la competitività del territorio».

Il processo del cambiamento è perennemente in atto, soprattutto in ambito lavorativo. Non bisogna guardare solo al futuro e ai cambiamenti che verranno, ma è necessario iniziare dal quotidiano. I cosiddetti “mestieri del futuro” avranno tutti un’impronta digital è questa ormai è una certezza. Noi, quindi, ci troviamo nel bel mezzo di una fase di passaggio, dove i cosiddetti “mestieri tradizionali” devono adeguarsi, arricchendosi di nuove skills adatte all’epoca che stiamo vivendo. Anche per la Consulting for Innovation il processo di formazione costante è fondamentale, per poter affrontare il cambiamento e trarne tutti i benefici.

Data Pubblicazione: 11/12/2018

Scritto da: Sandro Mangiaterra

Pubblicato su: Corriere del Veneto

 

Fonte  https://corrieredelveneto.corriere.it/economia/corriere-imprese/notizie/mio-lavoro-ibrido-rivoluzione-parte-mestieri-tradizionali-e75d6522-fd5a-11e8-b358-085373386c31.shtml

 

 

 

Dobbiamo investire in formazione per attutire l’impatto sul lavoro

Donato lacovone, amministratore delegato di EY in Italia: “La diffusione della robotica provocherà ripercussioni immediate, ma poi la qualità dell’occupazione si eleverà. Prepariamoci alla sfida “

 

Ci sarà un impatto negativo della rivoluzione tecnologica sul mondo del lavoro ma solo nel breve termine. Assisteremo sicuramente a uno spostamento delle professionalità, destinate ad essere sempre meno manuali e prevedibil. Dobbiamo quindi smetterla di fare formazione solo quando c’è bisogno e giocare d’anticipo, garantendo ai lavoratori del futuro il giusto mix di flessibilità, conoscenza e  curiosità >>- Donato Iacovone, amministratore delegato di EY in Italia e managing partner dell’area mediterranea, non ama nascondere gli effetti collaterali dell’era 4.0, ma non ama nemmeno il catastrofismo assoluto. E non è un caso che il quadro disegnato dal top manager  di  Affari&Finanza appaia complicato, ma anche rassicurante.

Il dibattito sull’impatto che la tecnologia avrà sul mercato del lavoro sembra ormai aver superato l’iniziale fase disfattista. E le stime sul saldo tra lavoro perso e creato hanno recentemente iniziato a restituire addirittura un segno positivo. <<Nel breve termine un impatto ci sarà, soprattutto con la diffusione della robotica che è già ovunque. Non credo invece che l’intelligenza artificiale, i big data, la blockchain e altre tecnologie elimineranno il lavoro. Anzi, penso che lo eleveranno – sostiene Iacovone – Ci sarà uno spostamento delle professionalità: ad esempio, in un supermercato ci saranno meno cassieri e più analisti dei dati. In ogni caso, più che provare a indovinare il saldo è importante diffondere la cultura digitale e le competenze>>.  Il  mercato del lavoro 4.0 si giocherà una buona fetta di sostenibilità proprio su questo fronte. E in particolare sull’equilibrio continuo tra formazione, aggiornamento e riqualificazione del capitale umano.

Il numero uno di EY Italia non esita a indicare come priorità la «riconversione delle competenze obsolete in competenze innovative>>­ ma invoca un approccio alla riqualificazione totalmente    diverso: << C’è bisogno di un cambio di paradigma: non dobbiamo più formare il lavoratore solo quando sorge un bisogno, bensì giocare d’anticipo. Dobbiamo cioè immaginare le trasformazioni e impostare dei percorsi specifici. Se poi allarghiamo l’orizzonte temporale ai prossimi 5-10 anni, è ovvio che un ruolo chiave sarà nelle mani delle università, e in generale del sistema scolastico>>, sottolinea Iacovone, che auspica una maggiore trasparenza dell’offerta formativa e soprattutto una maggiore dose di rapidità e resilienza. <<Ormai tutto ciò che impariamo dura sei mesi, un anno o al massimo due. Non è più in discussione l’essenzialità della formazione continua ma la relativa modalità di esecuzione. Ad esempio, dobbiamo capire come far diventare curiosa una persona non curiosa. E non è affatto semplice>>. Aziende, università, centri di ricerca, corpi intermedi, associazioni e altri soggetti saranno chiamati agli straordinari. E un ruolo chiave spetterà ai big:  <<L’85% delle Pmi italiane è in ritardo sul fronte digitale, esistono ancora aziende senza un sito web. Le imprese piccole e medie possono fare senz’altro qualcosa in più, ma va riconosciuta loro l’impossibilità di incidere significativamente sul sistema formativo ed educativo>>, fa notare Iacovone, che attribuisce una responsabilità importante alle grandi aziende chiamando in causa anche la stessa EY.  <<Noi abbiamo oltre Seimila dipendenti in Italia, di cui il 97%   possesso di una laurea. Eppure, abbiamo sentito la necessità di lanciare un’accademia interna dedicata all’innovazione. L’amministratore delegato di EY insiste su quest’ultimo aspetto anche quando si sfiora il tema dell’intelligenza artificiale. <<Tutti stanno investendo sull’artificial intelligence, e in particolare sul machine learning, perché consente di sviluppare processi in grado di riprogrammarsi   automaticamente. È una tecnologia che toccherà tutti i settori, dall’automotive alla manifattura passando per i servizi professionali>>, spiega Iacovone. La scommessa tecnologica rischia in ogni caso di risultare perdente senza le competenze. <<C’è una domanda insoddisfatta di 27mila profili specializzati. Ecco perché sentiamo l’esigenza di fare squadra con tante altre aziende del sistema Paese>>, sottolinea Iacovone citando come esempio il progetto di ricerca sui lavori del futuro, lanciato un anno fa con oltre 50 partner. Sullo sfondo resta la sfida avanguardista dei famosi lavori che ancora non esistono, ma che qualcuno si troverà a fare. <<Dobbiamo incidere profondamente sui metodi di insegnamento, abbandonando il mero trasferimento di nozioni. I lavori del futuro hanno bisogno di flessibilità e curiosità perenne, ma non solo, anche di  un’attitudine naturale a mettersi in discussione: solo le persone formate per vivere con l’aspettativa di un continuo cambiamento conclude Iacovone- saranno pronte ad affrontare  qualsiasi scenario>>.

 

 

Il mondo del lavoro sta cambiando, le professioni di ogni settore richiedono aggiornamenti sempre più frequenti. L’intelligenza artificiale si sta inserendo in ogni campo e ciò necessita di capitale umano adeguato e preparato  per poterla gestire al meglio. Per poter affrontare il cambiamento e trarne vantaggio, senza rimanerne travolti, è necessario essere preparati a questa sfida; la Consulting for Innovation punta sul processo di una continua formazione a fronte di un continuo cambiamento.

 

Data Pubblicazione: 10/12/2018

Scritto da: a.fr

Pubblicato su: la Repubblica Affari&Finanza


La rivoluzione digitale corre, “va gestita per non subirla”

L’attesa inerme della rivoluzione digitale e dei suoi impatti sul mercato del lavoro potrebbe rivelarsi un errore definitivo e irrimediabile. È senz’altro difficile prevedere se l’intelligenza artificiale amplierà o restringerà i confini dell’occupazione.  Se l’innovazione digitale sarà trasformata in un freno alla fuga di cervelli. O ancora se chi è disoccupato oggi avrà più possibilità di essere occupato domani.  Ed è proprio l’imprevedibilità che dovrebbe spingere le aziende, le università, i centri di ricerca, le associazioni, i sindacati e anche la politica su una strada più concreta e responsabile.

È un auspicio urgente, e ampiamente condiviso, quello emerso in occasione del secondo appuntamento con i “Talks on Tomorrow”, il ciclo di incontri dedicati al futuro    ideato    da    Repubblica   ed H­Fa1m. Il rapporto uomo­robot è riuscito facilmente a scaldare gli animi dell’evento organizzato in collaborazione con EY, andato in scena lo scorso martedì nello Spa­ zio Base di Milano. Non poteva es­ sere altrimenti visto che le imprese, dai bìg alle startup, si stanno trovando sempre più faccia a faccia con una rivoluzione di enorme portata, Secondo le stime presentate da EY, in Italia nei prossimi 5 anni saranno disponibili più di 2,5 milioni di posti di lavoro. Il 78% sostituirà la forza lavoro esistente, nuovi ambiti lavorativi in cui esprimerci saremo formati per interagire con le macchine, ma serve un cambiamento profondo.   I tempi di questa trasformazione professionale e culturale sono troppo dilatati rispetto alla velocità della tecnologia ­ ha avvertito   Emilia Garito, CEO  di Quantum Leap lP, uno dei primi broker di proprietà intellettuale creati in Italia ­ Bisogna inoltre evitare  di creare scos­ soni culturali che possono diventare difficili da riequilibrare».

La numero uno di Quantum Leap IP è anche membro del gruppo di coordinamento della Task force sull’intelligenza artificiale promossa dall’Agenzia per l’Italia digitale, nonché esperta incaricata dalla Commissione europea per la valutazione dei progetti Hori­ zon 2020 nei settori hi­tech. E non è un caso che abbia sfruttato l’occasione per auspicare una presa di coscienza responsabile da parte della politica. «L’Europa sta inve­stendo molto sulle nuove frontiere tecnologiche, anche da un punto di vista etico. Quest’ultimo aspetto è importante perché siamo in competizione con due potenze come gli Usa e la Cina, che stanno abbracciando le tecnologie in modo molto libertino», L’approccio più cautelativo dell’Europa non ha comunque impedito la nascita di alcune   eccellenze nel Vecchio Continente. È il caso dell’italiana Userbot, startup specializzata in intelligenza artifìcìale per il servizio clienti. «Abbiamo sviluppato una tecnologia è in grado di riconoscere il significato semantico, il contesto, lo stato d’animo e le abbreviazioni nei messaggi del cliente. E che quando non sa rispondere ­ ha spiegato il ceo e founder, Antonio Giarrusso gira la richiesta di supporto all’operatore in carne e ossa ma continua a seguirne gli sviluppi, apprendendo dal comportamento umano. Così se ricapita la domanda, ha la risposta pronta».

È però lo stesso Giarrusso a sottolineare i limiti odierni della tecnologia.  «L’intelligenza artificiale non è ancora in grado di sostituire integralmente l’uomo ed ecco perché parliamo ancora di “weak artificial ìntellìgence” (letteralmente, “intelligenza artificiale debole”). È quindi forse più utile pensare ai lavoratori del futuro in uno scenario di collaborazione con le macchine ha sottolineato il ceo di Userbo. È fondamentale essere sempre al passo con i tempi: ad esempio, noi investiamo continuamente sulla formazione, spesso attraverso l’e­learnìng che garantisce costi contenuti». Essere una startup ha naturalmente dei vantaggi, soprattutto in termini di dinamismo e flessibilità. Caratteristiche che ormai vanno perseguendo anche le grandi realtà come dimostra la strategia digitale di Poste Italiane. Il responsabile IT di Poste italiane ci tiene però a mantenere il focus sul capitale umano, “preferisco il concetto di intelligenza aumentata a quello di intelligenza artificiale, se non altro perché ci sono attività che possono essere svolte solo dalle persone. Una convizione condivisa anche da Donato Ferri, Meditterranean people advisory service leader di EY, che ha portato sul palco l’esperienza diretta della società di consulenza. Ferri spiega “Anche la nostra offerta di servizi sta cambiando. C’è più tecnologia, seppur mediata sempre dalle persone. Ci troviamo ormai a collaborare con i clienti fin dalla fase di progettazione delle soluzioni. Il lavoro del consulente è più aperto, resta vicino al cliente, ma vive un’esperienza diversa”.

 

Siamo nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione digitale che sta stravolgendo il modo di lavorare canonico. Abbiamo a nostra disposizione un infinito range di strumenti innovativi che ci consentono di migliorare e rendere più efficiente il lavoro che svolgiamo, ma tutto questo deve essere accompagnato da un’adeguata formazione continua. Per stare al passo con le innovazioni è l’individuo stesso che deve reinventarsi e aggiornarsi in ogni settore costantemente. Consulting for Innovation  fa della formazione uno dei punti focali della sua mission, solo chi si adegua al cambiamento può trarne vantaggio!

 

Data Pubblicazione: 10/12/2018

Scritto da: Frollà Andrea

Pubblicato su: Repubblica Affari&Finanza

 Fonte http://www.ow7.rassegnestampa.it/Cavalieridellavoro/PDF/2018/2018-12-10/2018121040775096.pdf