INDUSTRIA 4.0 La quarta rivoluzione industriale, per l’Italia la sfida più difficile

La rivoluzione digitale in ambito lavorativo è avviata ormai da tempo. Le nuove tecnologie sono presenti in ogni settore, con macchinari che supportano il lavoro umano. Adesso è il momento delle competenze, sono le persone che devono seguire questo cambiamento ri-aggiornandosi continuamente, per stare al passo delle innovazioni tecnologiche e permettere ad esse di rappresentare quel quid in più. Ma vediamo una panoramica sugli strumenti presenti nel programma Industry 4.0 dopo l’ultima Legge di stabilità. Non può che commentarsi con favore l’avvio del credito d’imposta per la formazione 4.0 mentre lo stesso non può dirsi per la riduzione della percentuale applicabile ad alcune voci di spesa nell’ambito del Credito d’imposta per ricerca e sviluppo che sembrano più dettate da esigenze di spostamento di risorse che da una volontà politica di avvantaggiare le PMI rispetto alle grandi imprese. Inoltre se gli incentivi alla digitalizzazione (Voucher per i Manager dell’Innovazione 4.0) sicuramente sono attuali nel contempo si deve evidenziare che, forse, analoghi strumenti di incentivazione andavano inseriti per migliorare e rafforzare la cultura finanziaria dei piccoli imprenditori. Infatti gli investimenti devono finanziarsi sia con mezzi propri che di terzi ed, oggi, spesso la difficoltà dei “piccoli” è rappresentata dal l’incapacità di individuare gli strumenti creditizi più adatti alle loro esigenze. La Consulting for innovation considera da sempre la formazione e l’aggiornamento continuo come un tassello fondamentale nel mondo del lavoro. Grazie al suo team di professionisti si impegna ad aiutare gli imprenditori e sostenere le Pmi, accompagnandole nella individuazione dei migliori strumenti più adatti alle loro esigenze.

 

 

Fonte https://www.agendadigitale.eu/industry-4-0/preparare-i-lavoratori-alla-quarta-rivoluzione-industriale-per-litalia-la-sfida-piu-difficile/

Pubblicato il 31/01/ 2019

Scritto da: Gianni Potti

presidente CNCT – Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici

Preparare i lavoratori alla quarta rivoluzione industriale, colmare il gap di competenze, convivere con l’intelligenza artificiale e aumentare la percentuale di donne impiegate in ambito tecnologico. Sono queste le nuove vere grandi sfide globali che anche l’Italia deve affrontare per farsi trovare pronta alla società 5.0, quella del nuovo umanesimo digitale in cui avranno successo le aziende che avranno cura del capitale umano e che comprenderanno che le tecnologie sono un abilitatore al servizio delle persone e non un loro sostituto. Per governare questo cambiamento, la parola d’ordine – se ne è parlato anche nel corso del forum economico mondiale di Davos – sarà quindi “reskilling“, ovvero la responsabilità di imprenditori e manager di occuparsi delle proprie persone, accompagnandole verso le nuove frontiere professionali dell’era digitale. Lo sviluppo di competenze dunque come capacità di leadership, pensiero laterale e creatività, per contrastare la riduzione dei posti di lavoro legata alla crescente automazione. Tradotto significa che la formazione digitale, l’alfabetizzazione come si usa dire, diventa “reskill”, la parola d’ordine per restare competitivi sul mercato del lavoro. Certamente urgono maggiori regolamentazioni mirate a conservare i posti di lavoro e il livello salariale, e va governata con equilibrio l’avanzata disruptive della tecnologia mixando con l’esigenza di una società più equa e sostenibile. Per questo ritengo che il cambio di approccio impresso dal Governo ai temi di Industria 4.0rispetto al precedente piano Calenda/Renzi, come vedremo di seguito, sia molto interessante e, spero, solo l’inizio di ulteriori provvedimenti, magari con dotazioni economiche di investimento maggiori a favore delle imprese. Solo rinforzando gli investimenti potremo infatti riportare l’impresa al centro del dibattito e sviluppo del Paese. Invece stiamo ancora vedendo segnali deboli, anche se nella giusta e da noi ripetutamente auspicata direzione.

L’approccio del nuovo Governo a Industria 4.0

Nei capitoli dedicati al digitale che figurano nella legge di bilancio 2019, i punti interessanti sull’innovazione (venture capital, web tax) sono diversi, ma il nostro interesse va qui a focalizzarsi su Industria 4.0 Non solo e non tanto per quanto viene detto e finanziato, ma per cercare di comprendere la nuova visione – notevolmente differente rispetto alla precedente – sulle politiche governative rivolte a questo settore. Ad una prima analisi le misure dedicate alla digitalizzazione delle imprese vanno in continuità con il vecchio piano Calenda/Renzi sul 4.0. Come si disse all’epoca il primo vero tentativo governativo di avere un progetto industriale sul Paese, puntando, ai tempi della digital transformation, sulla manifattura intelligente. Il piano tra il 2017 e il 2018 ha dato buoni risultati con la ripresa degli investimenti destinati ai beni strumentali e un’espansione significativa della produzione, poco meno di 50 miliardi di euro, contestualmente vi è stata una forte sostituzione del parco macchinari nelle industrie, portando il consumo interno di macchinari per due anni di fila ben oltre il 10% di crescita degli investimenti. Ora il Ministro Di Maio ha deciso, con il Governo, di eliminare il superammortamento, salvo che per i beni strumentali immateriali, tra cui ad esempio il cloud computing, dimezzare dal 50 al 25% il credito d’imposta per la ricerca per alcune voci di spesa, ma soprattutto (e questo a mio avviso è molto interessante!) spostare dalle grandi imprese alle PMI l’asse principale degli interventi.

Riassumendo i provvedimenti:

  • credito d’imposta sulla ricerca, limite di spesa dimezzato da 20 a 10 milioni euro,
  • iperammortamento viene aumentato di 20 punti percentuali per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro e poi abbassato di 50 punti percentuali per la fascia 2,5-10 milioni di euro e di 100 punti percentuali per quella compresa tra 10 e 20 milioni di euro, soglia oltre la quale non viene prevista alcuna maggiorazione del costo.

 

Formazione 4.0 e voucher per i manager dell’innovazione

Un capitolo a sé riguarda la formazione 4.0, con agevolazione aumentata dal 40 al 50% per le piccole imprese, confermata al 40% per le medie (sempre con un massimo spendibile di 300 mila euro) e ridotta al 30% per le grandi imprese, penalizzate anche dalla riduzione del limite di spesa (a 200 mila euro).

Quindi un cambio di rotta deciso a favore delle PMI, vera ossatura del sistema Paese! Mentre il piano iniziale di Calenda era quasi esclusivamente indirizzato alle grandi imprese multinazionali, oggi alle spalle c’è un interessante, diverso pensiero.

Ma ci sono ulteriori agevolazioni nella legge di bilancio per le piccole imprese, come il voucher per i manager dell’innovazione 4.0. Un sostegno fino a 40mila euro per le PMI che si faranno assistere da un consulente (persona fisica o giuridica) per la trasformazione digitale, opportunamente certificato. Cifra raddoppiabile se a farlo è una rete di impresa. È evidente che questa misura aiuta tutti coloro che da piccoli imprenditori colgono l’importanza e urgenza di adeguarsi alle esigenze della digital transformation, ma magari non hanno né le risorse, né la vision necessaria. Ecco quindi che il Governo interviene a supportare il piccolo imprenditore che potrà avere in azienda chi lo aiuterà ad intervenire nei processi, la vera sfida del 4.0.

 

Digital skills nelle imprese italiane, aggiornarsi, ormai, non è più un’opzione

Nel mondo del lavoro si parla ormai da tempo delle digital skills, le competenze digitali richieste in quasi tutti i settori lavorativi, necessarie quotidianamente per poter svolgere anche compiti di routine. Anche se sono ormai un argomento consolidato sono ancora pochi coloro i quali le possiedono davvero. Come sottolinea una ricerca riportata dal quotidiano IL SOLE 24 ORE, anche se le innovazioni digitali vengono considerate positive per il mondo del lavoro, un’alta percentuale di dipendenti si sente sottopressione riguardo alle proprie competenze e richiede al datore di lavoro corsi di formazione per sopperire alle mancanze. Il dato interessante che emerge riguarda le imprese, solo il 41% attua corsi di formazione adeguati, a fronte di un 50% che ritiene che le Università forniscano già le competenze necessarie. Senza piani di formazione molte aziende rischiano di rimanere fuori da un mercato sempre più digitale, poiché a differenza di qualche tempo fa, oggi aggiornarsi non è più un’opzione. La Consulting for innovation considera da sempre la formazione come fondamentale nel mondo del lavoro e grazie al suo team di professionisti si impegna ad aiutare gli imprenditori con strategie adatte a diminuire il divario tra l’innovazione tecnologica e le reali competenze.

 

 

Fonte https://www.ilsole24ore.com/art/management/2019-01-29/digital-skills-imprese-italiane-formazione-solo-4-aziende-10-183021.shtml?uuid=AEvqRDLH

Pubblicato il 30/01/2019

scritto da Alberto Magnani

su: SOLE 24 ORE

 

Se ne parla, e scrive, ovunque. Ma in pochi sanno maneggiarle davvero: le digital skills, le competenze digitali sempre più richieste su un mercato del lavoro che mastica quotidianamente concetti come analisi dei dati, intelligenza artificiale e blockchain (la “catena dei blocchi” diventata nota come registro contabile dei bitcoin). La buona notizia è che i dipendenti italiani intravedono più benefici che danni dal fenomeno. Quella cattiva è che non si ritengono attrezzati, né seguiti a sufficienza per colmare una lacuna che potrebbe minacciarne la sopravvivenza professionale. I numeri del gap sono registrati da un report anticipato al Sole 24 Ore da Randstad, multinazionale olandese delle risorse umane, sulla penetrazione delle tecnologie digitali e di intelligenza artificiale nella propria routine. I risultati , estratti da un campione di circa 14.600 lavoratori internazionali (400 gli italiani), sono contradditori. L’80% dei dipendenti del nostro paese considera «positivamente il crescente impatto della tecnologia sul mondo del lavoro», con un occhio di riguardo per le potenzialità che potrebbero essere sprigionate dall’artificial intelligence. Peccato che una quota identica, l’80%, si senta «sotto pressione» sulle proprie competenze, delegando ai datori di lavoro il compito di «predisporre piani di formazione per consentire ai dipendenti di acquisire le competenze mancanti». Una speranza che rischia di essere delusa: sempre secondo Randstad, solo il 41% delle imprese è corso ai ripari con programmi di formazione specializzate, mentre appena il 50% degli intervistati ritiene che le università forniscano un pacchetto adatto di competenze. Una media pari al 18% in meno rispetto alla media globale e al -15% rispetto agli standard europei.«La partita per cogliere tutti i benefici dell’intelligenza artificiale – spiega Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad Italia – si gioca sulla capacità del sistema formativo e delle imprese di sviluppare le competenze digitali di studenti e lavoratori e su questo piano la strada da fare è ancora lunga». Anche l’Aidp, l’Associazione italiana per la direzione del personale, si è accorta del ritardo e mette in guardia dagli effetti collaterali della digitalizzazione. Senza una risposta formativa , spiega la presidente Isabella Covili Faggioli,si rischia di favorire «l’esclusione dal mercato del lavoro di chi è meno scolarizzato e qualificato. La digitalizzazione non è mai solo una questione tecnologica ma strategica». Gli anticorpi, però, iniziano a emergere. Digital 360, gruppo specializzato in marketing e consulenza sul digitale, si è allertato «per sua natura» sull’alfabetizzazione tecnologica dei dipendenti. Nel 2018 l’azienda ha erogato un totale di 250 ore di formazione in aula su temi come cloud e Big Data, affiancate da moduli più specifici disponibili online e percorsi di formazione « on the job» che prevedono rotazione interna all’azienda e attività di ricerca in collaborazione con l’università. Per il 2019 lo sguardo è rivolto all’intelligenza artificiale: «Il piano di formazione prevede corsi sul machine learning e sulla predictive analytics» spiegano dall’azienda, dove un team di programmatori è al lavoro su una piattaforma capace di indirizzare in automatico gli utenti a seconda di interessi e ricerche svolte online. Gli obiettivi sono almeno tre: favorire le attitudini individuali dei lavoratori, aumentare la padronanza dei tool utili per il proprio lavoro (si veda il servizio a fianco) e rinforzare la comprensione stessa dei trend che animano il mercato. Kohler, multinazionale che produce (anche) motori per i macchinari agricoli, sta cambiando pelle da anni in direzione di industria 4.0 e internet of things. Quando si parla di formazione, l’azienda si affida soprattutto a itinerari di formazione dedicata a cura della sua Corporate academy, un centro di formazione interno al gruppo. I risultati del training vengono valutati con una serie di misure per stabilire il grado di padronanza raggiunto dai dipendenti. Un meccanismo di valutazione che risponde a un’urgenza avanzata dagli stessi lavoratori: “calcolare” il proprio grado di adeguatezza rispetto alle mansioni più innovative. L’indagine Randstad spiega che l’87% dei lavoratori intervistati ambisce ad aumentare le sue competenze, anche per garantire la propria occupabilità sul lungo termine. «I “tool” li fanno già le multinazionali del software, serve conoscerli e utilizzarli al meglio» commentano i responsabili del settore. In altri casi, poi, l’aggiornamento digitale dei dipendenti è più una scelta che una necessità. Un esempio arriva da Ruffino, azienda vitivinicola toscana acquisita nel 2011 dalla multinazionale californiana Constellation Brands. L’integrazione con la casa madre ha imposto un «cambio di mentalità abbastanza radicale», come lo definiscono i manager del gruppo. Nell’arco di meno di un decennio, i dipendenti sono stati costretti a formarsi su tecnologie che vanno dal digital mapping dei vigneti a un magazzino organizzato secondo la logica del QR code. «All’inizio è stato uno shock, oggi superato. I dipendenti sanno vivere senza diffidenza o recalcitranza questo rapporto» dicono da Ruffino, citando anche un valore aggiunto implicito al capitale umano dell’azienda: l’età. Oltre il 50% dell’organico è stato assunto dopo il 2011, abbassando l’asticella anagrafica dell’azienda. Le risorse giovani non possono che essere più elastiche nell’apprendimento di tecnologie integrate nella filiera di produzione. In una popolazione aziendale con un’età media sotto ai 40 anni, le «resistenze culturali» alle tecnologie sono meno radicate. O più facili da rimuovere. La ricetta è sempre la stessa: coltivare il capitale umano, svecchiando le competenze in chiave digitale. Aggiornarsi, ormai, non è più un’opzione.