formazione

Nuovi trend e Pmi: Cosa fare per non fallire

È stata presentata in questi giorni un’importante ricerca che riguarda molto da vicino il mondo del lavoro. «FuturAbility», osservatorio promosso dai T-Lab di Cfmt (Centro di Formazione Management del Terziario) e realizzato da ProperDelMare Consulting in collaborazione con AstraRicerche  ha coinvolto un centinaio di manager italiani con l’obiettivo di delineare le tendenze che avranno un impatto più significativo nel periodo 2019-2021 in diversi settori. Entro i prossimi tre anni, cambieranno totalmente il nostro modo di vivere, la mobilità e l’accesso a servizi e prodotti, questo l’incipit iniziale del risultato dello studio, ma cambieranno soprattutto le professioni. Anche se la rivoluzione digitale è iniziata ormai da tempo, ciò non vuol dire che le Pmi siano preparate. Il tema della mancanza di competenze, e della necessità di elevare e diversificare la qualità della formazione per colmare il gap di competenze, è uno dei principali temi della ricerca. Pietro Luigi Giacomon, Presidente di Cfmt, ha provato a spiegare la ragione dell’approccio restio delle Pmi al cambiamento. «Si tratta senz’altro di una questione culturale, che però si collega a situazioni caratterizzanti il nostro sistema manifatturiero e dei servizi, e cioè la piccola dimensione, la non elevata esperienza internazionale di imprenditori e manager, il tema complesso e non affrontato adeguatamente dei passaggi generazionali e della continuità d’impresa».

Come rimediare quindi?

«Occorre innanzitutto mettere al centro l’apprendimento delle persone, favorendone lo sviluppo: i manager apprendono da scambi e confronti con altri soggetti, attraverso la risoluzione di problemi complessi e nei progetti di innovazione. Tutte le attività formative, per essere efficaci, devono essere quindi coerenti con queste forme di apprendimento e tutto questo può aiutare ad attirare e mantenere i talenti. Occorre inoltre una formazione che dia risposte ai problemi dei manager e serve che le aziende siano aperte per dare modo al management di contaminarsi con esperienze diverse». Giacomon, non ha dubbi su chi dovrebbe guidare questo cambiamento attribuendo la responsabilità all’amministratore delegato, «che deve essere lo sponsor di una strategia formativa direttamente collegata alla strategia aziendale, attivata e quindi realizzata dall’Hr manager. Ma si supera lo skill gap solo se il capo azienda ci crede e ci mette la faccia, stimolando il cambiamento di contenuti e metodi per l’apprendimento e aumentando l’engagement delle persone coinvolte, mettendoci le risorse necessarie».

Consulting for Innovation supporta le imprese a 360°, impegnandosi da sempre nel sostenere i processi di digitalizzazione e formazione continua nelle Pmi come elemento fondamentale di cambiamento che rende un’azienda competitiva sul mercato.

 

Pmi: l’innovazione fa la differenza?

Come emerge da numerose ricerche il mondo delle Pmi di tutta Europa sta attraversando, ormai da tempo, un periodo di cambiamenti che non accenna a fermarsi. Il fulcro di queste trasfomazioni riguarda le innovazioni tecnologiche, considerate ormai una condizione necessaria per avere successo in un mercato sempre più evoluto.

Come riporta in un intervista Edward Gower-Isaac, Vice President, Business Process & Application Services, Ricoh Europe

<< Il mercato si muove velocemente e non aspetta nessuno. Temo quindi che molte Pmi si stiano attardando eccessivamente e pertanto non riusciranno a reagire ai cambiamenti in atto. Così facendo, rischiano però di perdere il controllo sul proprio futuro. È dunque necessario che queste aziende si trasformino rapidamente e in modo efficace per riuscire a stare al passo con le nuove esigenze dei clienti e del mercato >>.

I consumatori sono l’indice fondamentale del cambiamento, perciò la maggioranza delle aziende vede l’innovazione tecnologica come una priorità. È necessario, però, considerare quelli che sono gli obiettivi di una Pmi ed il contesto nel quale si trova, per poter sfruttare a proprio vantaggio le tecnologie a disposizione. Ogni settore ha le proprie esigenze, ma il cambiamento è presente ormai in ogni ambito. Dal settore amministrativo, che con il supporto adeguato consente una riduzione sostanziale delle tempistiche a quello produttivo con una riduzione dei costi.

L’impresa, quindi, ha sempre più necessità di una consulenza specializzata. La differenza sostanziale sta nei professionisti, oltre che essere preparati e specializzati devono soprattutto essere aggiornati costantemente, in linea con i cambiamenti in continua evoluzione.

La Consulting for innovation considera la formazione come un momento fondamentale per ogni Pmi. Con il suo team di professionisti, specializzati e in continuo aggiornamento, fornisce supporto alle imprese, sviluppando per ognuna di esse, la strategia più adatta per ogni esigenza.

 

Fonte https://www.lineaedp.it/news/40252/perche-le-pmi-dovrebbero-puntare-allinnovazione/#.XH5dxrpKhPY

 

 

Dal Venture Capital a Industria 4.0, ecco la rivoluzione digitale secondo Di Maio

Mai si erano messe in campo in una manovra di bilancio tante misure per l’innovazione e per favorire l’adozione delle tecnologie digitali, misure che pongono il nostro Paese all’avanguardia a livello europeo”. A parlare è il vice premier e Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio, che ha spiegato, in un post sul blog delle stelle, il magazine on line legato al movimento, le misure per sviluppare l’innovazione tecnologica e il digitale presenti nella legge di bilancio.

Di Maio elenca tutte le disposizioni della manovra dedicate a promuovere l’innovazione, dal fondo da 45 milioni in tre anni per Blockchain, Intelligenza Artificiale e IoT, agli strumenti per permettere anche allo Stato di investire, sia direttamente che indirettamente in Venture Capital; ma ci sono anche un intervento sulle detrazioni fiscali per chi investe, per permettere alle startup italiane di essere più competitive nei mercati globali; un investimento sulle tecnologie emergenti che prevede, tra l’altro, l’adesione un progetto europeo di microelettronica, e poi la rimodulazione degli interventi legati a Industria 4.0 che sarà più vicina alle PMI. Infine una serie di misure tra le quali la creazione di un “tecnopolo” sulle tecnologie pulite che avrà sede a Taranto e la riforma del settore radiotelevisivo.

Le misure messe in campo dal governo nella manovra di bilancio partono dal rafforzamento del VentureCapital, sia attraverso incentivi per chi investe che con la creazione di un fondo di sostegno, per permettere alle aziende italiane, alle startup e scaleup, di competere sul mercato globale. Di Maio le elenca così:

 

  • FondoNazionale Innovazione – con l’intento di rafforzare e rendere organico l’intervento pubblico di sostegno del settore del Venture Capital il Ministro dello Sviluppo Economico può autorizzare la cessione di Invitalia Ventures a Cassa Depositi e Prestiti che può esercitare la relativa opzione.  Questa misura, sinergica rispetto al nuovo piano industriale di CDP, condurrà – secondo le intenzioni del governo – alla creazione del più grande fondo di Venture Capital pubblico mai creato in Italia per il sostegno e lo sviluppo delle startup e scale-up italiane.
  • Fondodi sostegno per il Venture Capital – Creato in seno al Ministero dello Sviluppo Economico un fondo per il sostegno del Venture Capital con dotazione di 90 milioni di euro nei primi 3 anni e previsto espressamente che anche soggetti pubblici possano investire in fondi di Venture Capital direttamente o indirettamente attraverso fondi di fondi.
  • PianiIndividuali di risparmio e Venture Capital – Prevista la possibilità che nell’ambito dei Piani individuali di risparmio si possa investire in fondi di Venture Capital prevedendo una soglia minima del 5% degli investimenti qualificati.
  • Investimentidelle società partecipate dallo Stato in fondi di Venture Capital – Non meno del 15% delle entrate dello Stato derivanti dagli utili o dividendi delle società partecipate dovranno essere destinati ad investimenti in fondi di Venture Capital.
  • Qualificazionenormativa della figura del “Business Angel”  – Viene introdotta la figura del Business Angel qualificato come soggetto che in maniera diretta o indiretta abbia investito almeno 40 mila euro nell’ultimo triennio.  Un riconoscimento che da anni si attendeva.
  • Incentiviagli investimenti in startup innovative  – Vengono resi più attrattivi gli investimenti di capitale in startup innovative innalzando le soglie delle detrazioni fiscali previste dal decreto 179/2012 dal 30% al 40% per gli investimenti semplici e dal 30% al 50% nel caso di acquisizione dell’intero capitale sociale di una startup innovativa. Vengono inoltre allargate le agevolazioni previste dal DL 98/2011 rendendo più conveniente l’investimento di Fondi di Venture Capital in startup innovative.

 

Il vice premier, poi, ricorda le misure della finanziaria dedicate alle tecnologie emergenti, dai fondi dedicati alla sperimentazione delle nuove tecnologie fino alla possibilità di detrarre anche le spese per il cloudcomputing. “In linea con le politiche messe in campo nei primi mesi di governo – sottolinea Di Maio – abbiamo dedicato misure ad hoc per lo sviluppo e sperimentazione in materia di tecnologie emergenti per rendere il nostro Paese leader nel settore”.

Si tratta, dicevamo, del Fondo Blockchain, Intelligenza Artificiale e Internet of Things che disporrà di 45 milioni in tre anni per la sperimentazione delle tecnologie emergenti da parte del Ministero dello Sviluppo Economico.

Di Maio poi rivendica l’istituzione del voucher da 40 mila euro (25 mila per le medie imprese) per il Managerdell’Innovazione, lo stanziamento di oltre 200 milioni di euro per garantire l’adesione dell’Italia ad un progetto europeo per lo sviluppo della microelettronica che vedrà coinvolte importanti realtà industriali operanti in Italia.

Infine l’inclusione dei software per Industria 4.0 fruiti in Cloud computing.

 

Tra i temi trattati da Di Maio nel suo lungo post anche quello di Industria 4.0 che adesso, secondo il vicepremier, è più fruibile anche dalle piccole e medie imprese. “La nostra azione è stata rivolta a rimodulare gli interventi del piano industria 4.0 verso le PMI – spiega Di Maio – che rappresentano la spina dorsale del nostro tessuto produttivo e che fino ad oggi hanno goduto solo in minima parte dei vantaggi derivanti dalla rivoluzione digitale.

Anche sulla Formazione 4.0, dice, “abbiamo prorogato il credito di imposta modulando la misura sulle piccole e medie imprese che fino ad ora avevano solo in minima parte avuto accesso a questi fondi”.

Occorre investire ancora molto per superare il divario culturale nel mercato del digitale, soprattutto tra piccole e grandi imprese, che faticano a sostenere iniziative tecnologiche. Le basi per una grande rivoluzione sono state gettate, è necessario rendersi conto che la rivoluzione tecnologica è iniziata, ed è necessario adeguarsi a questo cambiamento per trarne vantaggio e non rimanerne travolti. Consulting for Innovation  fa della formazione e dell’innovazione tecnologica uno dei punti focali della sua mission, solo chi si adegua al cambiamento può trarne vantaggio!

 

Data Pubblicazione: 04/01/2019

Scritto da: Fabrizio Cerignale

Pubblicato su: Innovation Post

 

Fonte https://www.innovationpost.it/2019/01/04/dal-venture-capital-a-industria-4-0-ecco-la-rivoluzione-digitale-secondo-di-maio/

 

Il mio lavoro è ibrido. La rivoluzione parte dai mestieri tradizionali

I bambini di oggi da grandi faranno i big data specialist o i web designer ma già adesso il digitale sta cambiando profondamente il modo di operare di commessi, artigiani, medici e avvocati

D’accordo, il 65% dei bambini che frequentano le scuole elementari, come sostiene il World Economic Forum, da grandi faranno un lavoro che al momento nemmeno esiste. Già oggi, peraltro, se uno vuole trovare un posto, meglio che metta da parte vecchi schemi mentali: stando ai dati di Anitec-Assinform, l’associazione delle imprese operanti nell’Ict e nell’elettronica di consumo, gli annunci di lavoro che crescono a ritmo maggiore riguardano profili professionali legati all’information technology. Un settore che nei prossimi tre anni avrà 88 mila occupati in più rispetto al 2018. Via libera, dunque, ai service development manager, ai big data specialist, ai web designer e a tutti i nuovi digital job. Perfetto. Il futuro non è un’ipotesi. Ma se il problema fosse (anche e soprattutto) un altro? Se bisognasse cominciare a costruirlo, il famoso futuro, partendo dal lato opposto, cioè dai mestieri più comuni, consolidati, diffusi? In altri termini, non è che i maggiori effetti della rivoluzione digitale si vedranno (anzi, si cominciano già a vedere) sugli operai, le commesse, gli artigiani e perché no, sulle storiche figure dei notai, degli avvocati, dei medici?

Un ribaltamento di prospettiva di straordinario interesse. Ed è esattamente questa la specificità della ricerca sui «Lavori ibridi in Veneto» condotta dall’Osservatorio delle professioni digitali dell’università di Padova. Obiettivo: cogliere le trasformazioni nelle attività tradizionali, quelle che tuttora costituiscono il 90% del mercato del lavoro nordestino. In breve, capire che cosa sta succedendo qui e adesso. Agli intervistati è stato chiesto con quale frequenza e con quale grado di conoscenza sono loro richieste anche competenze collegate alle tecnologie informatiche. E ancora, con quale frequenza e grado di conoscenza sono chiamati a utilizzare atout diversi (le cosiddette soft skills, dal muoversi in gruppo alla capacità di risolvere problemi) rispetto ai compiti abituali. «Bene» spiega Paolo Gubitta, direttore dell’Osservatorio «abbiamo scoperto che non è più sufficiente avere il genio della meccanica, essere maghi della carpenteria o bravissimi venditori. Al fianco di tutto ciò è ormai indispensabile disporre di una serie di competenze “moderne”, digitali e non solo. I mestieri tradizionali sono sempre più flessibili, trasversali o, appunto, ibridi».

Nella maggioranza dei casi, in tutte le funzioni, dagli uffici amministrativi ai capannoni dove si svolge l’attività produttiva, e senza particolare differenza tra grandi e piccole imprese, vengono richieste attività al computer basilari. Al primo posto, con frequenza crescente cui deve corrispondere un buon grado di abilità, la comunicazione digitale (email, social network, videoconferenze), seguita dalla produzione di contenuti digitali (grafici, tabelle, piccoli video) e dalla ricerca di informazioni online. Non basta. Ancora più apprezzata è la capacità di agire in autonomia e in parallelo di muoversi in team, l’apertura verso un approccio lavorativo problem solving e l’elasticità che porta a ragionare per obiettivi, collettivi e individuali. Tradotto in pratica quotidiana, l’operaio deve sapere gestire le macchine a controllo numerico e magari usare un software per la manutenzione a distanza. La commessa ha l’obbligo di dialogare in Rete con la clientela. L’elettricista non può limitarsi a montare impianti ma è chiamato a predisporre soluzioni di domotica. Persino il calzolaio misura il piede con il foot scanner. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. «Ma attenzione» puntualizza Gubitta. «Siamo alle avvisaglie di un cambiamento ben più profondo, perché in arrivo ci sono le sofisticate competenze richieste dal paradigma dell’Industria 4.0: realtà aumentata, robotica, Internet delle cose, cybersecurity. Se un lavoratore pensa di potersi fermare è perduto».

Insomma, la rivoluzione è solo all’inizio. «Non c’è dubbio» conferma Gianni Potti, delegato di Confindustria Veneto per l’Industria 4.0, l’innovazione e la ricerca, «il mercato esige la commistione delle capacità professionali a ogni livello. Dall’operaio al manager, tutti devono avere un solido know-how tecnico, ma allo stesso tempo competenze finanziarie, di marketing, informatiche. Ovviamente è più facile a dirsi che a farsi, visto che in tutte le classifiche sulla digitalizzazione siamo in coda. Un dato: il 22% degli italiani non ha mai usato internet, 9 punti peggio della media europea. Dobbiamo recuperare il gap cominciando proprio dai luoghi di lavoro». Francesco Giacomin, direttore di Confartigianato Veneto, rincara la dose: «Tanto nelle grandi quanto nelle piccole e piccolissime imprese va assolutamente rivisto il mix tra analogico e digitale. Il salto di qualità sta nel coniugare gli antichi saperi, la tradizione e l’abilità manuale con l’hi-tech e le nuove conoscenze. Competenze digitali sarà la parola d’ordine di Confartigianato per il 2019».

Ma a che punto è questo processo di evoluzione del capitale umano? I lavoratori (e gli imprenditori) sono consapevoli della necessità di (ri)mettersi in gioco, al di là del ruolo e dell’età? «L’aspetto più evidente, che ha caratterizzato la ripresa post-crisi» sottolinea Tiziano Barone, direttore di Veneto Lavoro «è la progressiva polarizzazione del mercato. A crescere sono soprattutto le professioni altamente qualificate e remunerate, insieme con quelle di basso profilo e meno pagate. A rimetterci, a partire dal 2008, è stata l’occupazione intermedia. A maggior ragione, dunque, bisogna fornire a impiegati e operai nuovi strumenti e specializzazioni. Occorrerebbe un grande progetto di alfabetizzazione digitale, un “Non è mai troppo tardi” in chiave 4.0. Informatica e soft skills sono oggi qualcosa di simile a quello che vent’anni fa era la conoscenza dell’inglese: una sorta di prerequisito per trovare qualsiasi posto di lavoro». La chiave di volta ha un solo nome: formazione. Piccolo particolare: non è sufficiente «attrezzare» i giovani che si affacciano al mondo del lavoro o riqualificare chi il lavoro lo perde. Qui occorre alzare il valore aggiunto di migliaia di persone che un posto ce l’hanno e che guai se si accontentano di quello che sanno fare. Elena Donazzan, assessore al Lavoro e alla formazione professionale (posta che vale 24 milioni) della Regione Veneto, sorride: «Già conoscere i cambiamenti reali che emergono nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro è un bel passo avanti. Il mercato è estremamente dinamico: si mescolano i settori, le vecchie qualifiche perdono significato, le competenze si ibridano. L’unico fatto certo è che in epoca di globalizzazione si vince con il capitale umano. Per questo vogliamo tarare meglio possibile il sistema della formazione. E il punto di partenza non potranno che essere le nuove competenze. Pensiamo di creare corsi più mirati alle esigenze delle imprese, brevi ma su misura, immediatamente fruibili. Vedremo. L’importante è il traguardo finale: la buona formazione è la leva che può alzare la competitività del territorio».

Il processo del cambiamento è perennemente in atto, soprattutto in ambito lavorativo. Non bisogna guardare solo al futuro e ai cambiamenti che verranno, ma è necessario iniziare dal quotidiano. I cosiddetti “mestieri del futuro” avranno tutti un’impronta digital è questa ormai è una certezza. Noi, quindi, ci troviamo nel bel mezzo di una fase di passaggio, dove i cosiddetti “mestieri tradizionali” devono adeguarsi, arricchendosi di nuove skills adatte all’epoca che stiamo vivendo. Anche per la Consulting for Innovation il processo di formazione costante è fondamentale, per poter affrontare il cambiamento e trarne tutti i benefici.

Data Pubblicazione: 11/12/2018

Scritto da: Sandro Mangiaterra

Pubblicato su: Corriere del Veneto

 

Fonte  https://corrieredelveneto.corriere.it/economia/corriere-imprese/notizie/mio-lavoro-ibrido-rivoluzione-parte-mestieri-tradizionali-e75d6522-fd5a-11e8-b358-085373386c31.shtml