industria 4.0

Maggio: meno credito per le imprese, le valide soluzioni alternative!

Come negli ultimi mesi, anche Maggio è stato contraddistinto da un calo dei prestiti da parte delle banche alle Pmi.

Dato fornito dal rapporto mensile dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, secondo la quale “l’aumento dell’1% dei prestiti a famiglie e imprese registrato lo scorso mese continua a riflettere la dinamica divergente evidenziata ad aprile tra prestiti alle famiglie, cresciuti del 2,6% grazie alla spinta dei mutui, e la flessione dello 0,6% di quelli alle imprese, su cui pesa la dinamica “modesta” del ciclo economico e degli investimenti che limitano la domanda di credito.”

Per le imprese è il quinto calo consecutivo, una situazione iniziata da Gennaio. Secondo l’Associazione bancaria italiana, il calo è dovuto al rallentamento del ciclo economico. E’ stata registrata negli ultimi mesi una maggiore cautela delle imprese sugli investimenti, nonostante i tassi sulle nuove erogazioni restino notevolmente bassi, sia per le imprese (1,46%) che per le famiglie (1,84%).

Una delle soluzioni a questo processo difficoltoso è il crowdfunding, ovvero la raccolta di fondi da parte di persone che decidono di investire nel progetto. Diventata un’opzione sempre più gettonata tra chi è in cerca di denaro per realizzare un progetto personale o professionale e da chi vuole investire in asset alternativi.

Come riportato dal Politecnico di Milano, le piattaforme autorizzate a fare equity crowdfunding sono 22. Un mercato in pieno fermento con segnali tangibili di crescita, come dimostra il CrowdFundMe, il primo portale italiano a quotarsi in Borsa.

La Consulting for innovation, società di consulenza proattiva alle imprese, per facilitare il percorso di avvicinamento tra banche e imprese, utilizza anche approcci innovativi, grazie al suo pool di professionisti specializzati, mediante strumenti come crowdfunding, peertopeer, landing, alternativi al sistema creditizio tradizionale.

L’abbuffata di NPL finisce nel caos, i fondi iniziano a cedere i crediti

Quando le vite umane si confondono con la merce capita che nessuno si accorga di avere acquistato la storia di una famiglia. Così, mentre chi ha un problema con un debito non pagato spesso non dorme la notte, capita che chi quel debito lo ha acquistato non sappia di averlo e non si rende nemmeno conto di quanta sofferenza crei la mercificazione delle vite umane, che il mercato dei così detti NPL ha creato. Non sarebbe stato meglio per tutti, consentire agli stessi debitori di acquistare con diritto di prelazione i propri debiti, agli stessi prezzi stracciati ai quali circolano tra operatori finanziari gli NPL? Almeno per le prime case le regole della finanza avrebbero dovuto cedere il passo a quelle del buon senso e dell’umana ragione. Umana ragione di cui però allo stato non si rinviene traccia nell’attuale modo di gestire il problema degli NPL.

 

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2019-02-10/npl-rischio-bolla-il-mercato-crediti-deteriorati-132035_PRV.shtml?uuid=AF4lfMK

Scritto da: Morya Longo

su:  il SOLE 24 ORE

Debitori che non trovano nessuno con cui parlare. Nemmeno quando (sembra strano ma capita) vorrebbero pagare. Giudici che estinguono le esecuzioni immobiliari perché chi gestisce i crediti in sofferenza non paga i contributi dovuti. Saranno casi limite, segnalati al «Sole 24 Ore», ma basta parlare con chiunque abbia a che fare con il mondo dei crediti in sofferenza per rendersi conto che un problema esiste eccome: le banche hanno venduto grandi quantità di Npl (oltre 100 miliardi in pochi anni), ma i soggetti che li hanno comprati troppo spesso non sono dotati di strutture adeguate per gestirli. Gli istituti di credito avranno insomma alleggerito i loro bilanci, ma il nodo dei crediti deteriorati è tutt’altro che sciolto. È stato solo spostato. E considerando che dietro i crediti in sofferenza (chiamati freddamente Npl) ci sono famiglie, imprese e persone, qualche domanda bisogna porsela: questa massa di prestiti deteriorati è davvero finita in buone mani?

Bastano pochi numeri, elaborati dal Sole 24 Ore, per farsi venire qualche dubbio: i primi sette servicer non bancari che operano in Italia (si chiamano così le società che materialmente lavorano sul recupero dei crediti deteriorati per conto degli investitori che li hanno comprati dalle banche) da fine 2016 a fine 2018 hanno visto crescere il carico di lavoro del 73%, ma hanno aumentato l’organico solo del 21%. Hanno cioè quasi raddoppiato gli Npl da gestire (da 139 miliardi a fine 2016 a 241 a fine 2018), ma hanno solo lievemente incrementato il personale incaricato di farlo. Questo spinge i servicer da un lato a rendere più automatiche, veloci e dozzinali le procedure legali (precetti e azioni legali a tambur battente), dall’altro – in alcuni casi – costringe i fondi che hanno comprato gli Npl a rivendere pezzi dei loro portafogli ad altri investitori anche solo per “aggiustare” le performance finanziarie. Insomma: a fare trading di Npl.

La grande abbuffata
«The place to be». Nel luglio 2017 uno studio di Pwc definiva così l’Italia: «Il posto dove trovarsi». In effetti le banche stavano svendendo quantità enormi di crediti deteriorati e, nella fretta, erano costrette a farlo a prezzi stracciati. Così su questo mercato si sono fiondati investitori da tutto il mondo: nomi internazionali come Fortress, Pimco, Crc, Bayview, Anacap, Cerberus, Bain Capital Credit, Hoist Finance o Varde partners, ma anche le divisioni specializzate di banche d’affari, fino a investitori italiani come Algebris o la storica Banca Ifis. «La sensazione – osserva un addetto ai lavori di lungo corso che preferisce l’anonimato – è che abbia prevalso in molti di questi soggetti una logica puramente finanziaria e speculativa: si sono accaparrati più Npl possibile, senza preoccuparsi davvero di come gestirli».

Una volta comprati i pacchetti di crediti deteriorati, questi investitori li hanno dati ai servicer (talvolta di loro proprietà, comprati anche insieme agli Npl dalle banche, talvolta su mandato) per l’attività vera e propria di recupero crediti. Il problema è che i servicer si sono trovati all’improvviso masse enormi da gestire. E incrementare il personale non è facile. Cerved, secondo maggiore in Italia, a fine 2016 gestiva 15,5 miliardi di Npl con 813 persone. Oggi gestisce 41 miliardi di Npl (quasi il triplo), ma il personale è aumentato solo a 1.230. Do Bank, numero uno in Italia nel settore ormai unito a Italfondiario, ha mantenuto le masse stabili (intorno agli 80 miliardi), ma ha ridotto il personale da 3.800 del 2016 a 3mila unità oggi. Credito Fondiario (che svolge anche il ruolo di master servicer) ha aumentato gli Npl da 6,7 a oltre 50 miliardi, con il personale passato da 110 a 250. Ovvio che queste società, e tutte quelle del settore, puntano sull’efficienza e sulla tecnologia. Ma qualche problema di “sottocapacità” – soprattutto nei soggetti più piccoli e in quelli più giovani – rischia di esistere.

«Non tutti i servicer hanno le spalle abbastanza larghe per investire in personale e tecnologia per gestire portafogli aumentati così velocemente», conferma Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved Credit management. «Il personale necessario dipende dal tipo di crediti – precisa Guido Lombardo, Chief Investment Officer di Credito Fondiario -. Alcune società hanno fatto crescere la struttura con attenzione e con gli strumenti informatici adeguati, mentre credo che altre abbiano fatto il passo più lungo della gamba». «Il problema principale è tecnologico – aggiunge Antonella Pagano, Business Development Director Intrum Italy -. Per gestire Npl serve un’infrastruttura hi tech adeguata per caricare i documenti». Il punto è proprio questo: tutti cercano sinergie ed efficienze, ma non tutti ci riescono. Alcuni servicer affidano ad ogni singolo gestore anche centinaia di debitori morosi, rendendo quasi impossibile dedicare attenzione a tutti.

Npl in odore di bolla?
Il problema spesso sta a monte, nella due diligence dei portafogli. Quando una banca vende Npl, i fondi interessati ad acquistare fanno fare una valutazione dei pacchetti (e dei possibili incassi futuri) ai servicer. «Questo crea un potenziale conflitto di interessi», osserva Paolo Sgritta, amministratore delegato di Sistemia. Perché induce i servicer a promettere e stimare performance ottime, sperando che il fondo compri il pacchetto e poi lo dia in gestione allo stesso servicer. «Questo ha spinto ultimamente alcuni servicer a spararla grossa», chiosa Sgritta. In effetti vari addetti ai lavori sostengono che in alcune cessioni di Npl la competizione tra i fondi si è fatta così agguerrita, che i prezzi degli Npl sono saliti. Troppo, rispetto alla qualità dei crediti.

Secondo i dati di Banca Ifis, il prezzo medio dei portafogli di crediti misti (ipotecari e chirografari) è cresciuto in Italia dal 19% del valore lordo nel 2017 al 28% nel 2018. «Soprattutto nel 2016 e 2017 abbiamo visto processi competitivi di vendita di Npl concludersi a prezzi assolutamente fuori mercato, a nostro parere – racconta Claudio Manetti, amministratore delegato di Fire -. Questo ha, per così dire, “dopato” questo tipo di transazioni». Tanti fondi hanno avuto la “smania” di comprare Npl per aumentare le masse, per crescere velocemente. Perché l’Italia era il «posto dove stare». Ma presto o tardi i nodi della grande abbuffata di Npl rischiano di venire al pettine: «I fondi sono venuti in Italia con aspettative di grandi guadagni, ma credo che non per tutti sarà così», chiosa un top manager del settore. Come, del resto, è avvenuto in passato.

Il mercato delle figurine
E qui casca l’asino. Nel mezzo di questo banchetto, è possibile che qualcuno abbia la tentazione di “aggiustare” le performance finanziarie dei portafogli vendendone alcune parti. Insomma: facendo trading di Npl. «Con la vendita di qualche pacchetto si migliora la performance finanziaria dell’intero portafoglio», ammette il numero uno di un servicer. È forse anche per questo che si sta sviluppando un mercato “secondario” di crediti in sofferenza: un mercato dove a vendere non sono più le banche, ma gli stessi fondi che dalle banche hanno comprato. Secondo i dati di Banca Ifis, nel 2015 e 2016 il mercato secondario produsse il 31% e il 51% delle compravendite totali di Npl. Nel 2017 e 2018, a causa di una gigantesca attività di vendita da parte delle banche, il mercato secondario è calato al 4% e al 2% del totale. Ma nel 2019 si stima una forte ripresa: al 39% secondo Banca Ifis. Insomma: quasi una vendita di Npl su due quest’anno non sarà effettuata da banche, ma da investitori che “rigirano” Npl ad altri investitori. Come figurine.

Bene inteso: che ci sia un mercato secondario di Npl è normale. Chi acquista portafogli misti di Npl spesso preferisce vendere alcune specifiche porzioni a chi è più specializzato in nicchie di mercato. Ma a volte la sensazione – diffusa tra gli addetti ai lavori – è che lo spirito sia un altro. Insomma: che ci sia semplicemente la voglia di “aggiustare” le performance o di fare facili utili con il “trading” di Npl.

Il mercato secondario è così opaco che è difficile capire chi abbia fatto qualcosa del genere. Certo è che alcune operazioni non sono passate inosservate tra gli addetti ai lavori. Per esempio quella di Crc e Bayview: prima hanno comprato (con una certa leva, si dice) alcuni pacchetti di Npl, poi hanno iniziato a rivenderli. Nel 2018 hanno ceduto un pacchetto di 425 milioni e nel 2019 hanno messo in vendita un altro pacchetto da 2 miliardi. Il tutto nel giro di pochi anni. In vendita ci sono poi 6 miliardi di Npl di Dgad International (del gruppo Credit Agricole). Il fondo Anacap ha invece deciso di cambiare servicer, passando a Sistemia, perché il precedente (quale sia è difficile capirlo) non stava garantendo le performance adeguate. Ma anche la stessa Banca Ifis è molto attiva sul mercato secondario, con ingenti cessioni di Npl talvolta alla fine dell’anno. «Si tratta di “code” di pacchetti che non lavoriamo più», spiegano da Banca Ifis. In fin dei conti, resta una domanda: che impatto avrà tutto questo sulle famiglie e le imprese che stanno dietro gli Npl? È difficile prevederlo. Certo è che maggiore trasparenza (e vigilanza) in questo settore non guasterebbe.

 

 

Crowdfunding, equity scatta e triplica raccolta

L’equity crowdfunding italiano esce dal perimetro degli investimenti per ‘pochi esperti’, triplica la raccolta e, fin dall’inizio di questo nuovo anno, mostra nel nostro Paese i segni di un interesse in crescita per l’economia e l’impresa reale. Stando agli ultimi dati dell’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano su portali autorizzati Consob, al 3 gennaio 2019 l’equity crowdfunding in Italia è balzato a 36,095 milioni di euro di raccolta fondi, un numero triplo rispetto al 2017 quando si contavano 11,8 milioni di euro. Lo studio dell’Osservatorio guidato da Giancarlo Giudici rileva inoltre che il capitale di rischio totale raccolto in Italia dall’avvio della legge ammonta ormai a oltre 55 milioni di euro. Novità dell’anno che si è appena chiuso è stata anche l’importante apertura del mercato a tutte le Pmi, non solo le startup e Pmi innovative. Cresciuta poi anche la platea di investitori passati dai 3.278 del 2017 ai 9.500 del 2018. Tutto questo quadro “è il segno che l’equity crowdfunding sta passando da fenomeno di nicchia a fenomeno più allargato e con un pubblico più eterogeneo e che sta crescendo la fiducia degli investitori nell’impresa e nell’economia reale” afferma all’Adnkronos Dario Giudici, Ceo di Mamacrowd, la piattaforma che nel 2018 si è confermata prima in Italia nell’equity crowdfunding con 32 campagne chiuse con successo e 10milioni di euro raccolti.

“L’equity crowdfunding sta confermando una forte crescita nel nostro Paese, sta diventando un fenomeno sempre più di massa” perchè si sta incrementando “la ricerca di investimenti alternativi ai settori tradizionali finanziari che faticano a dare rendimento”, osserva Dario Giudici. “In Italia ci sono tanti investitori e imprenditori vicini alle imprese” ed oggi l’equity crowdfunding, la raccolta di fondi via internet del capitale di rischio, “è una porta di accesso che si è aperta e che corrisponde a investire nell’economia reale”.

Il Ceo di Mamacrowd sottolinea che inoltre che “diversamente dagli investimenti nelle aziende quotate che sono suscettibili di mille fattori e si traducono in acquisti di azioni, l’equity crowdfunding porta fondi direttamente nelle casse dell’azienda ed i numeri in crescita vogliono dire che c’è fiducia nelle capacità dell’imprenditore di utilizzare con successo i soldi investiti per far crescere l’azienda e, quindi, il valore dell’investimento”. Come Mamacrowd, ricorda il manager, “siamo partiti nel 2016 e già nel 2017 abbiamo raggiunto il primo posto per campagne e raccolta fondi. Inoltre a dicembre scorso abbiamo registrato un fortissimo incremento di iscritti con 5.500 nuovi soggetti” e “guardiamo con ottimismo anche alle stime per il 2019: nei primi 15 giorni di gennaio abbiamo registrato 2.200 nuovi iscritti e ce ne aspettiamo un totale di 7.000 entro la fine del mese”.

Il Ceo della piattaforma gestita da SiamoSoci argomenta infine che “si capirà nel breve termine” se il boom dell’equity crowdfunding “si consoliderà” nel nostro Paese. Il crowdfunding è oggi tra le forme più diffuse ed efficaci di finanziamento di progetti imprenditoriali e creativi. Consulting for innovation, per facilitare il percorso di avvicinamento tra banche e imprese, utilizza anche approcci innovativi mediante l’utilizzo di strumenti come crowfundingpeertopeer, landing, alternativi al sistema creditizio tradizionale.

 

 

Data Pubblicazione: 15/01/2019

Scritto da: Andreana D’aquino

Fonte https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2019/01/15/crowdfunding-equity-scatta-triplica-raccolta_8kojsoZgrbzqulGMj6NBtK.html?refresh_ce

Dalla Bce arriva un regalo per i debitori vessati dalle banche. Ecco come approfittarne

Ci si preoccupa giustamente per il futuro delle banche, ma nessuno esulta per il regalo – consegnato indirettamente (e forse inconsapevolmente) – ai cittadini o imprese, che finora (e da ora) non hanno potuto restituire i soldi ricevuti in prestito dalle banche. Le quali, però, hanno perpetrato abusi (usura, anatocismo e altre irregolarità) nei loro confronti.

 

La lettera inviata, infatti, dalla Bce a Monte Paschi Siena (e a tante altre banche) ha imposto agli istituti di credito di aumentare gli accantonamenti sui crediti problematici, fino a svalutarli totalmente in un arco pluriennale predefinito (otto anni). In tal modo i bilanci già disastrati delle banche italiane sarebbero messi a dura prova sul piano della consistenza patrimoniale, necessitando quindi – secondo una stima di Mediobanca Securities – di ulteriori 15 miliardi di capitale!

Ma possiamo per una volta, invece, fregarcene delle banche e sostenere che tale misura, se tecnicamente seguita da professionisti esperti del settore, può risultare determinante per risolvere (anche in questo caso forse inconsapevolmente) il problema degli imprenditori e dei cittadini – che, sebbene vessati dalla banche, vogliono comunque arrivare a una transazione per il rimborso, ripulirsi delle macchie bloccanti presenti nelle banche dati (Centrale Rischi, Crif, Experian, ecc) e ripartire con la possibilità di accedere al mercato del credito?

E inoltre, diciamolo con estrema trasparenza senza aver paura di vederci scomunicare dalla comunità dei buonisti formali, mai come in questo caso la tanto vituperata lentezza della nostra giustizia civile per arrivare a una sentenza definitiva (mediamente sette anni) è manna caduta dal cielo per chi avvia un’azione giudiziaria contro la banca per vedersi riconosciuto l’indebito percepito e fare una transazione.

Questo combinato disposto (magistratura lenta e disposizioni della Bce) ci permette di fornire ai tanti debitori qualche consiglio utile e di carattere generale su come affrontare una situazione di criticità, soprattutto in relazione a quelle condizioni limite in cui, ignari delle vessazioni subite, ci si sente come stritolati dalle spire di un sistema che non lascia respiro e si teme di “perdere tutto”.

Alla banca si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata la consapevolezza che gli abusi delle banche sono l’usura e l’anatocismo, ma nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità. Che significa “contestare”? Innanzitutto occorre fare una perizia econometrica per accertarsi che la banca abbia degli scheletri nell’armadio, ma occhio ai truffatori in giro.

Dopodiché sarebbe opportuno per il debitore, benché le banche siano molto lente nell’azione di recupero, non attendere troppo le altrui mosse, ma partire in anticipo e convenire prontamente la banca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo di una parte del credito vantato dalla banca. L’azione giudiziaria in ogni caso congela qualsiasi tipo di atto restrittivo della banca, che ha tutto l’interesse a non allungare troppo la durata del contenzioso per non azzerare completamente il valore del suo credito. A questo punto l’esperienza maturata in questo settore mi consente di affermare che la percentuale di successo per una transazione molto vantaggiosa per il debitore è quasi del 100%!

Cerchiamo di fare chiarezza con un esempio: un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100 denari da una banca, ne ha restituito solo una parte (10 denari) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (90 denari). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento ha otto anni di tempo per portare a casa quanto più possibile. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore si accorge di essere stato abusato e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito.

A questo punto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, la banca ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il “costo dell’accantonamento”, e cioè della previsione di perdita, che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perché le percentuali per i primi anni sono molto più alte – il 15% di 90 (quanto deve ancora restituire). Cioè circa 14 denari all’anno. Quindi al termine di ogni anno la banca, visto che ha già spesato quella perdita, si accontenterebbe anche di 76 denari dopo il primo anno, 62 denari dopo il secondo anno, 48 denari dopo il terzo anno, solo 34 denari dopo il quarto anno e cosi via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.

Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca avrebbe (e infatti ormai sono tutte costrette a farlo) la possibilità di offrire il credito a una società di recupero, che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12% del credito e poi propone al debitore una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40% della debitoria. In entrambi i casi il debitore, sempre che abbia portato in giudizio la banca e benefici quindi dei tempi sudamericani della nostra giustizia, può aspettare il “congruo” tempo per avviare una transazione vantaggiosa.

Se al termine del quarto anno il debitore offre 35 denari alla banca o alla società di recupero, queste ultime accettano la proposta. La Consulting for innovation, con il suo team di esperti del settore, supporta e aiuta il cliente in tutte le fasi, consentendogli di riappropriarsi della sua serenità.

 

Data Pubblicazione: 19/01/2019

Scritto da: Nicola Imperatore

Pubblicato su: Il Fatto Quotidiano

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/19/dalla-bce-arriva-un-regalo-per-i-debitori-vessati-dalle-banche-ecco-come-approfittarne/4902592/

La scossa di Iliad nel fintech: prestito in crowdfunding da 100mila euro

Iliad lancia la sfida Fintech al mercato del credito. Dopo aver creato scompiglio nella telefonia mobile italiana, la società francese sembra intenzionata a ripetersi anche sul mercato del credito

La compagnia più “low cost” dell’arena telefonica sta raccogliendo, infatti, tra gli utenti del web (oltre che naturalmente tra i suoi) un finanziamento di 100mila euro con la formula del crowdfunding, una delle tecniche più innovative ed economicamente vantaggiose della nuova finanza digitale. Sul piano operativo, Iliad ha affidato la gestione dell’operazione alla piattaforma October, leader nel “peer to peer lending” europeo per i prestiti alle imprese.

Centomila euro non sono una cifra da capogiro, ma in questo caso è il valore dell’iniziativa ad avere centralità e importanza: il crowdfunding, con i suoi bassissimi costi di raccolta e la sostanziale esenzione dalle regole bancarie, ha tutte le potenzialità per diventare una vera alternativa ai tradizionali canali di erogazione del credito, soprattutto per le necessità delle piccole imprese. La stretta creditizia e i criteri più rigorosi di valutazione del merito di credito da parte delle banche rischiano infatti di penalizzare soprattutto in Italia le aziende più piccole o patrimonialmente deboli. Ma in realtà, è all’estero che il crowdfunding sembra aver già conquistato anche l’interesse delle medie e grandi imprese: la piattaforma October raccoglie infatti finanziamenti peer-to-peer con realtà importanti come AccorHotels, Adecco, Allianz France, Arkéa, Edenred, ENGIE, JCDecaux, SUEZ, Unibail-Rodamco-Westfield e Webhelp.

Per tornare al caso-Iliad, nel progetto di crowdfunding della compagnia telefonica sono entrate già 11 società internazionali: l’obiettivo comune – come è scritto sul sito di October – “è dimostrare all’ ecosistema imprenditoriale l’enorme opportunità offerta dal “prestito sociale” per finanziare progetti di sviluppo in modo in modo complementare al sistema bancario.
Ciascuno di questi 11 gruppi darà infatti alle PMI partner “la possibilità di ottenere finanziamenti fino a un milione, senza alcuna commissione”. Le aziende grazie alla piattaforma di social lending possono usufruire di una valutazione molto più rapida rispetto a tante realtà del settore bancario. October in sole 48 ore riesce a garantire una completa analisi creditizia grazie all’utilizzo di database esterni.

La risposta del mercato alla richiesta di denaro di Iliad non si è fatta attendere.
Quasi 1000 investitori privati hanno già sottoscritto il prestito condiviso di Iliad, tecnicamente un prestito ad ammortamento lineare, e riceveranno un interesse del 2,5% per una durata di 2 anni. Il denaro prestato ad Iliad, secondo gli esperti di merito creditizio di Ledix- October è classificato a basso rischio ( il sito dispone di un proprio sistema interna basato sui consigli degli analisti).
Un’ altra peculiarità di Iliad è, per gli esperti della piattaforma, l’eccellente capacità di rimborso con un indice di copertura dei costi fissi molto elevato.
La previsione degli analisti del sito questo prestito si basa però sui dati del 2017, ben prima del lancio di Iliad in Italia e i dati hanno condotto alla decisione di far meritare il rating più alto del sito “A+”.

Gli analisti di October però precisano che “l’opinione rappresenta solo un elemento di riflessione nella decisione di un investitore di contribuire al finanziamento di un progetto” e che l’opinione degli esperti “è offerta a titolo indicativo da parte del team di credito degli esperti di October ed è presentata sulla base delle informazioni fornite dall’impresa titolare del progetto e delle informazioni del nostro database”. Nessun consiglio di investimento viene dunque fornito dagli advisor di October ma sui dati forniti dall’azienda questi forniscono un voto al progetto di finanziamento, come una sorta di piccola di agenzia di rating interna. Vista l’esperienza degli 11 grandi gruppi francesi che hanno scelto di finanziarsi anche tramite October, sarà probabilmente questo il futuro per le Pmi: diversificare l’accesso al credito sia tramite strumenti tipici del canale bancario sia tramite quello delle fonti alternative del fintech quali crowdfunding e peer to peer lending?

 

Spingere sull’innovazione verso nuove forme di finanziamento tradizionalmente non coperte dal sistema bancario, ed essere così maggiormente efficienti e rapidi nel valutare le richieste, e quindi più time to market, non può che far bene anche per il nostro sistema- Paese. CONSULTING FOR INNOVATION, per facilitare il percorso di avvicinamento tra banche e imprese, utilizza anche approcci innovativi mediante l’utilizzo di strumenti di origine anglosassone (crowfunding, peer to peer landing, ecc) alternativi al sistema creditizio tradizionale.

 

Data Pubblicazione: 15/12/2018

Scritto da: Luca Battanta

Pubblicato su: IL SOLE 24 ORE

 

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-15/la-scossa-iliad-fintech-prestito-crowdfunding-100mila-euro–171052.shtml?uuid=AEglmg0G

 

Credito, accordo Abi-imprese sulla moratoria alle Pmi

Un nuovo accordo per dare più liquidità alle imprese, con la possibilità per le pmi di sospendere e allungare i finanziamenti a medio e lungo termine anche per il 2019 e il 2020. Ieri c’è stata la firma dell’accordo per il credito tra l’Abi e le organizzazioni imprenditoriali, Confindustria, Alleanza delle cooperative, Cia, Claai, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confedilizia, Confetra, Confimi Industria, Rete Imprese Italia. Un’inizativa a favore delle pmi, «alla luce del nuovo contesto di mercato e regolamentare», come dice il comunicato diffuso dopo la firma. «La ripresa dell’economia richiede di essere rafforzata», è scritto nel testo. E quindi occorre sostenere, anche sotto il profilo del credito, le imprese, da quelle minori a quelle più strutturate, in particolare le pmi che ancora risentono degli effetti della crisi. Da qui l’esigenza di una proroga della sospensione e allungamento dei finanziamenti.
Dal 2009, anno del primo avviso comune banche-imprese, ad oggi le misure hanno consentito alle pmi di ottenere una liquidità aggiuntiva per circa 25 miliardi di euro. «L’accordo è uno strumento significativo per alleviare le tensioni finanziarie di quel 60% di imprese italiane che si trova ancora in una fase di transizione», ha commentato Matteo Zanetti, presidente del gruppo tecnico Credito e finanza di Confindustria. «I finanziamenti a medio e lungo termine – dice ancora Zanetti – potranno essere sospesi e allungati a condizioni che consentano di limitare significativamente l’eventuale aumento dei tassi di interesse». Per il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, l’accordo «è un importante punto di collaborazione per rafforzare lo sviluppo e l’occupazione e costituisce un ulteriore sforzo del mondo bancario per favorire il massimo di competitività dei fattori produttivi italiani, sforzo che auspichiamo venga apprezzato, riflettendo anche sull’opportunità di non abolire l’Ace».
Nell’intesa firmata ieri c’è una ulteriore spinta alla collaborazione tra il mondo imprenditoriale e quello bancario: entro il primo trimestre del 2019 dovrà essere messo a punto un documento sulle misure condivise per sostenere lo sviluppo del finanziamento alle imprese, in particolare pmi. I temi prioritari dovranno essere il Fondo di garanzia e l’operatività delle garanzie Ismea (credito agrario); lo sviluppo di garanzie private; l’ottimizzazione dei fondi europei; le iniziative per migliorare l’accesso al credito; il riequilibrio della struttura finanziaria delle imprese e il livello di patrimonializzazione. Inoltre viene costituito un tavolo sulle iniziative regolamentari internazionali, per assumere iniziative comuni. L’importanza del tavolo è sottolineata da Zanetti: la regolamentazione finanziaria internazionale «è un tema centrale per l’accesso al credito, su cui Confindustria, Abi e le altre organizzazioni imprenditoriali italiane ed europee lavorano da tempo per allentare la stretta regolamentare e giungere ad un assetto di regole altamente calibrato, senza spiazzare l’offerta di credito», ha commentato Zanetti, sottolineando aluni risultati importanti come il Pmi Supporting Factor. Occorre lavorare insieme, ha insistito, sul completamento dell’Unione bancaria, sul backstop al fondo di risoluzione e sulle regole sugli accantonamenti a fronte degli Npl.
Il nuovo accordo per il credito 2019 entrerà in vigore il primo gennaio del prossimo anno. Nel frattempo le banche continueranno le operazioni di sospensione e allungamento dei finanziamenti secondo le regole dell’Accordo per il credito 2015 (che ha avuto negli passato varie proroghe), per dare continuità alle misure. L’elenco delle banche che aderiscono è pubblicato sul sito dell’Abi.
In particolare il nuovo protocollo, le cui misure sono state denominate “Imprese in ripresa 2.0”, prevede che si possa chiedere per un anno la sospensione del pagamento della quota capitale delle rate dei finanziamenti. Il tasso di interesse può essere aumentato, rispetto a quello originario, solo in ragione di eventuali maggiori costi sostenuti dalla banca per realizzare l’operazione e comunque non oltre i 60 basic point. La sospensione è applicabile ai finanziamenti a medio e lungo termine, anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie e alle operazioni di leasing (in questo caso la sospensione riguarda la quota capitale implicita nei canoni di leasing). Sono ammessi anche i finanziamenti già sospesi e allungati a condizione che ciò non sia avvenuto nei 24 mesi precedenti. Le banche si impegnano a rispondere entro 30 giorni. Nel caso dell’allungamento è previsto che l’estensione del finanziamento possa arrivare al 100% della durata residua dell’ammortamento. È specificato che si deve concedere una riduzione della rata di ammortamento apprezzabile rispetto a quella originaria. Per la dimensione delle imprese si è presa a riferimento la definizione Ue: sono pmi quelle con meno di 250 dipendenti e fatturato inferiore ai 50 milioni, ferma restando la discrezionalità delle banche.

L’accesso al credito per le imprese è difficoltoso soprattutto a causa di una forte asimmetria informativa tra i nuovi criteri di valutazione del merito creditizio e le metodologie di gestione delle relazioni da parte del sistema imprenditoriale. La Consulting for innovation ha anche l’obiettivo di fare in modo che le imprese abbiano il credito necessario supportandole e guidandole per far in modo che si riduca sempre più questa asimmetria.

 

Data Pubblicazione: 16/11/2018

Scritto da: Nicoletta Picchio

Pubblicato su: SOLE 24 ORE

Fonte: http://iusletter.com/oggi-sulla-stampa/credito-accordo-abi-imprese-sulla-moratoria-alle-pmi/

 

Regole bancarie, PMI alla sfida dei nuovi canali di finanziamento

La sostenibilità del modello di business è divenuto un punto di crescente attenzione nelle scelte strategiche delle banche e anche delle autorità di vigilanza. Discutere della sostenibilità del modello di business di una banca, implica una riflessione sulla combinazione delle aree di affari e dei segmenti di clientela, sulle modalità con le quali essa organizza i processi produttivi e articola i propri assetti distributivi. L’intermediazione creditizia tradizionale è divenuta sempre meno redditizia. Per questo motivo da più parti ci si chiede se le eventuali modifiche nel modello di business spingeranno le banche a ridurre drasticamente l’offerta di credito tradizionale per spostarsi verso aree di business maggiormente redditizie. Nell’attuale contesto bancario italiano sembra opportuno interrogarsi su come le banche dovranno riorganizzare o stanno già riorganizzano la loro attività di credito. E’ certo che la pressione che le banche subiscono abbia già sollecitato una riconsiderazione delle modalità di gestione del credito. Le regole definite dalla Bce comportano che, le banche dovranno dimostrarsi in grado di gestire in modo efficiente i nuovi crediti, attraverso processi di valutazione rigorosi e attivare processi altrettanto rigorosi di monitoraggio.

Questi elementi regolamentari interessano tutte le banche europee, applicandosi allo stesso modo alle banche più grandi e alle banche minori. Pensando al mercato bancario italiano non dimentichiamo anche che la creazione dei gruppi delle banche di credito cooperativo, trasformerà a breve quella componente del sistema bancario nazionale tradizionalmente considerata vicina ai territori e la costringerà ad adeguarsi alle prescrizioni applicate alle banche di più grandi dimensioni. Non è possibile dire se tutto ciò finirà per determinare una contrazione dell’offerta di credito, ma certamente ha l’effetto di introdurre in capo alle banche elementi di selettività maggiori e approcci più rigorosi alla gestione del credito. Benché la quota del debito bancario sul totale delle passività finanziarie per la generalità delle imprese sia scesa dal 2011 al 2017 dal 25% al 19%, tale quota resta significativamente più elevata rispetto al dato per le imprese europee. Lo scenario che si prospetta potrebbe determinare una crescita della competizione tra canali di finanziamento alternativi a quelli bancari, anche in conseguenza della maggiore selettività delle banche.

Il nuovo scenario regolamentare che si sta delineando comporterà una profonda evoluzione culturale in termini di approccio al sistema creditizio. Le PMI che riusciranno ad adattarsi per tempo al cambiamento in corso saranno in grado di intercettare e beneficiare delle risorse finanziarie che il sistema metterà a loro disposizione.

Il dossier rating, strumento proposto da CONSULTING FOR INNOVATION SRL, consente una periodica valutazione del merito creditizio della PMI in linea con i criteri applicati dal sistema creditizio

 

Data Pubblicazione: 07/09/2018
Scritto da: Rossella Locatelli
Pubblicato su: IL SOLE 24 ORE