Gli “Indicatori della crisi”: l’art. 13 del nuovo Codice sulla crisi d’impresa e l’insolvenza

 

 

Massimo Talone ODCEC di Milano

Già in miei diversi interventi, da ultimo quello postato l’8 dicembre 2018, avevo affrontato “l’annoso problema” degli “indicatori della crisi” previsti dall’art. 13 del nuovo Codice sulla crisi d’impresa e l’insolvenza di prossima pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (le ultime indiscrezioni parlano della prima settimana di marzo per una banale carenza di spazio tipografico). Ingarbugliato problema esegetico, la definizione di questi “indicatori” e degli “indici segnaletici” che ne dovrebbero costituire lo strumento quantitativo di misurazione, stanno producendo, tra gli addetti ai lavori e cultori della materia, le più stravaganti e fantasiose proposte operative: da “alberi decisionali” (privi però di ogni stima su base probabilistica e quindi strutturati su base meramente euristica) alla più svariata pletora di indici di bilancio la cui significatività, in termini discriminanti dell’evento insolvenza, è paragonabile alle viscere d’agnello utilizzate nell’antica Roma per anticipare infausti presagi. Mi trovo quindi costretto, ahimè, ha ritornare in argomento per fare chiarezza su un punto di fondamentale importanza nei processi di diagnosi e monitoraggio del rischio d’insolvenza (attività di controllo a cura degli organi amministrativi) e nella correlata procedure d’allerta interna (attività di monitoraggio a cura degli organi di controllo). Bisogna certamente convenire che il tenore dell’articolo 13 del decreto appare oggettivamente infelice nella sua costruzione letterale e fonte di un’interpretazione forviante, soprattutto da parte di un pubblico di non esperti. Il richiamo infatti, nell’ambito della procedura di allerta interna, ad “appositi indici che diano evidenza della sostenibilità del debito per almeno sei mesi e della continuità aziendale per l’esercizio in corso …” contraddice in termini la loro finalità che, per espressa indicazione della legge delega (art. 4 primo comma legge n. 155/2017) è quella di“incentivare l’emersione anticipata della crisi” attraverso il tempestivo riscontro di “un significativo aumento della probabilità di futura insolvenza”. In realtà, l’interpretazione sostanziale della norma è quella di adottare appositi indici segnaletici (contabili, extra contabili ed andamentali) che diano evidenza della scarsa sostenibilità dei debiti per “almeno i sei mesi successivi” (nel senso che, per periodi temporali inferiori ai sei mesi consecutivi, le situazioni di illiquidità sono considerate fisiologiche e transitorie) e delle incerte prospettive di continuità aziendale (nel senso che al momento della valutazione deve persistere una ragionevole attesa di continuità aziendale se pur con bassa probabilità). In realtà, aldilà del tenore della norma, la questione esegetica e di facile e banale soluzione. È lo stesso legislatore, infatti, che, nell’esplicitare all’art. 2 i principi generali della legge delega, definisce con chiarezza ed in modo inconfutabile quale debba essere l’unico indicatore significativo della crisi d’impresa: la probabilità di futura insolvenza. La procedura di allerta deve quindi inevitabilmente attivarsi (si ripete, prima per iniziativa degli amministratori e poi eventualmente degli organi di controllo) solo quando la probabilità d’insolvenza (calcolata, come si dirà in seguito, su base forward- looking) subisce un significativo aumento tale da superare la “soglia l’allerta” definita a priori con apposito regolamento interno o stabilita nel piano aziendale (è la risk tollerance nel Risk Appetite Framework che deve costituire parte integrante del piano aziendale). È quindi la PD (Probability of Default) ovvero la probabilità di futura insolvenza e non altre misure che deve esprimere in modo sintetico ed univoco il rischio d’insolvenza. Il problema allora è stabilire in termini operativi: a) Quali e quante informazioni utilizzare dal punto di vist c) Conseguentemente, quale evento futuro considerare e come definirlo puntualmente ovvero insolvenza giudiziaria, insolvenza bancaria, interruzione di continuità aziendale, partendo dal presupposto che si tratta di eventi diversi con scadenze temporali diverse. d) Quale metrica temporale considerare: mono-periodale o multi-periodale e quale intervallo temporale utilizzare: semestre, anno, triennio, quinquennio. Problemi di risk management non banali ma neanche insormontabili (ovviamente, per chi ne conosca la logica). Risolto in questi termini il problema, la definizione dei “famigerati” indici a cui pure il legislatore fa riferimento “suggerendone” tre considerati particolarmente significativi (oneri finanziari/ flussi di cassa, capitale di rischio/posizione finanziaria netta e giorni di ritardato pagamento), costituisce null’altro che un “di cuius” del più generale problema della stima della probabilità di futura d’insolvenza calcolata quindi su base forward-looking (significa che le informazioni e quindi i correlati indici significativi devono essere calcolati su base prospettica e non solo storica come accade nei sistemi di rating interni delle banche). Ma il legislatore non si limita a definire la misura della “funzione obiettivo” dei sistemi di monitoraggio del rischio d’insolvenza e della correlata procedura d’allerta. Esso pone al valutatore (amministratore, sindaco o revisore che sia) un “vincolo” di breve periodo costituito dalla verifica forward-looking, oltre un orizzonte temporale futuro di sei mesi (considerato limite di possibile temporanea illiquidità) del ripristino della piena sostenibilità finanziaria. Quest’ultima intesa quale capacità dei flussi di cassa operativi attesi di coprire, nell’intervallo temporale considerato, gli impegni finanziari inderogabili, per definizione, derivanti dal servizio del debito finanziario ed erariale. Se quindi il mantenimento al disotto della soglia di tolleranza della probabilità d’insolvenza è sicuramente indicatore di continuità aziendale, la periodica verifica della sostenibilità finanziaria nel breve periodo (misurabile ad esempio attraverso il DSCR – Debt Service Coverage Ratio) è indicatore di capacità di rimborso del debito finanziario ed erariale. Come si traducono tutte queste prescrizioni normative in termini di concreti protocolli operativi (presumibilmente, formalizzati in un regolamento interno)? a) In primis, le aziende dovranno introdurre idonee procedure di pianificazione, controllo e monitoraggio del rischio d’insolvenza. Il documento sociale che formalmente ne esprime il contenuto è il piano aziendale che quindi diventa documento indispensabile per la tempestiva e precoce rilevazione dello stato di crisi ed esimente di responsabilità per amministratori, sindaci e revisori. Il piano aziendale dovrà anche contenere il sistema degli obiettivi di rischi accettabili (RAF) compreso, la soglia di rischio d’insolvenza tollerabile. b) A cura degli organi di controllo, periodicamente, dovrà essere effettuata il monitoraggio, su base backward-looking e reattiva, delle anomalie rilevanti (trigger event) attraverso la procedura dell’adeguata verifica (vedi Quaderno SAF n. 71) nell’ambito delle procedure di allerta interna (Early Warning System). c) A cura degli amministratori dovrà essere effettuata periodicamente, almeno su base semestrale, il programma di valutazione del rischio d’insolvenza (diagnosi del rischio a breve e outlook a 3 anni) su base proattiva e forward-looking. d) Il caso di significativo aumento della probabilità d’insolvenza oltre la soglia di tolleranza (risk tolerance indicata nel piano aziendale) ovvero anche qualora si dovesse verificare una situazione di non sostenibilità finanziaria oltre i sei mesi, dovrebbe essere attivata la procedura d’allerta ed attivate le idonee misure correttive (action plan). e) In caso di perdurare delle situazioni di squilibrio finanziario e/o illiquidità, gli amministratori dovranno attivare senza indugio, su input degli organi di controllo (revisori e sindaci), la procedura di recovery planning (piano di risanamento) e implementare le relative azioni di risanamento (recovery action). Da ultimo, un richiamo implicito a predisporre preventivamente un piano di risanamento(della serie, preparalo e tienilo nel cassetto) e relative misure correttive da attivare in caso di allerta e ricorso alle procedure di composizione assistita della crisi. Il piano dovrebbe essere predisposto sulla base di uno stress test ovvero di una simulazione economicofinanziaria definita sulla base di uno scenario di worst case (personalmente, consiglio di valutare uno scenario costruito su base endogena utilizzando, quale ipotesi base, un valore dei ricavi di vendita pari al break-even point di tesoreria). L’articolo 17 del Codice infatti stabilisce un termine estremamente limitato per trovare una soluzione concordata con i creditori. Tre mesi prorogabili di ulteriori tre mesi solo in caso di positivo riscontro delle trattative con le controparti. Oltre tale termine, la partita passa al pubblico ministero che, verificata la sussistenza degli elementi concordati indicatori dello stato d’insolvenza, avvia l’istanza di liquidazione giudiziaria (tradotto, il fallimento).

 

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Fonte https://www.linkedin.com/pulse/gli-indicatori-della-crisi-come-va-correttamente-sul-piano-talone/

9 febbraio 2019