Da INDUSTRIA 4.0 a IMPRESA 4.0: a un passo dalla quarta rivoluzione industriale. Ma cosa ci manca?

Impresa 4.0, è il termine che, nel piano governativo italiano 2018, ha sostituito la dizione di Industria 4.0

 

Alcuni osservatori sono dell’opinione che il mondo della produzione industriale e artigianale, di fronte a Impresa 4.0 si trovi sulla linea di partenza di un cambiamento profondo, che ha assunto i caratteri tipici della quarta rivoluzione industriale,che prevede l’integrazione delle tecnologie digitali nei processi manifatturieri.

Cos’è Impresa 4.0?

Per comprendere cosa sia Impresa 4.0 dovremmo partire da Industria 3.0, cioè dalla terza rivoluzione industriale del secolo scorso, contraddistinta con il termine rivoluzione dell’informazione; in pratica corrisponde a tutto ciò che si riesce a fare mediante lo smartphone o un telecomando a distanza.

Partiamo, per capirci meglio, dal servizio bancario che ci offre come modello lo sportello bancomat. Vale a dire:

  • possiamo prelevare contanti senza passare dalla cassa. Un apparecchio elettronico riceve l’ordine e conta i tagli delle banconote che la macchina distribuisce. Quell’ordine parte da molto più lontano rispetto alla filiale alla quale ci rivolgiamo.
  • al supermercato utilizziamo una pistola laser per leggere i prezzi degli oggetti che infiliamo nel carrello e contemporaneamente quelle informazioni finiscono ad una cassa automatica lontana, dove andremo a pagare l’ammontare della spesa
  • mediante le App scarichiamo (o inviamo) fotografie e filmati, impostiamo operazioni bancarie, scarichiamo le carte di imbarco, prenotiamo il posto in treno.
  • sempre mediante App apriamo o chiudiamo lo sportello della nostra automobile con il telefono, chiudiamo le serrande di casa all’approssimarsi di un temporale o accendiamo il riscaldamento della casa di montagna il venerdì sera, prima della partenza.

Il passo in più nell’Impresa 4.0

Pochi esempi per dire quanto sia diventato abituale gestire il flusso di informazioni di Industria 3.0. Tale flusso però oggi può essere raccolto in un grande serbatoio, analizzato, processato, trasformato in linguaggi capaci di interagire con un sistema in grado di fare funzionare una linea di produzione di beni di consumo installata in fabbrica: appunto Impresa 4.0.

In questa nuova fabbrica, all’uomo resterà il compito essenziale di progettare, controllare e correggere i parametri di produzione mentre tecnologie e automatismi consentiranno di portare a termine i processi di lavorazione (oggi si direbbe in tempo reale).

In pratica succede che saranno cancellati i vecchi distretti industriali, dove spesso alcuni artigiani aiutavano gli altri a produrre parti di mobili destinate all’industria assemblatrice che successivamente li avrebbe montati e commercializzati con il proprio marchio.

Oggi quei distretti territoriali, nati spontaneamente (in passato erano vere e proprie concentrazioni produttive site nella Brianza mobiliera, nel Pesarese, in Toscana, nella Puglia dei divani), non esistono più, quindi per non fare morire esperienze di enorme valore tecnico ci vorrebbe una politica di impronta dirigista per imporre un cambio di paradigma radicale: dalla produzione centralizzata verso la produzione decentralizzata.

Una delle maggiori difficoltà per il cambiamento nel nostro Paese dipende dal fatto che spesso le imprese italiane producono prodotti personalizzati su commessa, in cui il “servizio al cliente” gioca un ruolo determinante sulle vendite.

E’ invece la ripetitività delle lavorazioni che agevola gli investimenti nel cambiamento. Ikea insegna.

La Formazione…il problema principale di Impresa 4.0

Che il problema principale di Impresa 4.0 sia la formazione ad ogni livello, lo sottolineano gli allarmi che nel recente passato sono stati lanciati da alcuni leader dei Paesi più industrializzati del mondo, da Barack Obama a Bill Gates, e nel presente da Emmanuel Macron che nel programma elettorale lanciò una mossa strategica promettendo alcuni miliardi di investimenti nella formazione. Addirittura Angela Merkel ha fatto della formazione uno dei punti cardine della sua campagna elettorale. Invece la politica italiana si è presa la solita pausa di riflessione.

Appunto, ma qual è la differenza fra Germania e Italia?
Mentre il governo tedesco, cosciente del fatto che interfacciare Enti di formazione con l’industria di trasformazione è impresa complessa, ha affidato tale compito alla fondazione di ricerca e sviluppo Fraunhofer Gesellchaft, (presente anche in Italia precisamente a Bolzano) che si occupa di meccatronica e automazione. Un Ente ponte tra università e impresa con un bilancio di 2,1 miliardi di Euro.

Il ruolo della formazione invece, a quanto si legge nel sito del Ministero dello Sviluppo Economico, in Italia sembra demandato alle nostre Università, contro il parere di molte imprese che preferirebbero rivolgersi alle Società di consulenza di provata capacità, già impegnate sui temi relativi a Impresa 4.0 in campo internazionale. Ancora una volta stiamo rischiando di promuovere economicamente due binari (Università-Impresa) che lavorando su linee parallele non si incontrerebbero mai, quindi doppi incentivi e doppi finanziamenti che alimenterebbero un modello vecchio di collaborazione che non ha mai funzionato.

Quindi servirebbero infrastrutture e centri dell’innovazione sul modello tedesco, in grado di “mettere insieme” le competenze delle imprese, delle Università più attive, dei centri di ricerca nazionali, per vincere la sfida della quarta rivoluzione industriale. Ma non li abbiamo. Il Ministero dello Sviluppo Economico, intanto, ha fatto un piccolo passo avanti: considera le “uscite” per la formazione come spese da finanziare con il credito di imposta, alla stregua degli investimenti. Obiettivo: gestire il rischio della disoccupazione tecnologica e massimizzare le nuove opportunità lavorative legate alla quarta rivoluzione industriale agevolando nuove competenze digitali.

Sul versante dell’occupazione le nuove tecnologie e le tecnologie dell’automazione, si dice, non scalzeranno i lavoratori, ma porranno i presupposti per la creazione di nuove attività lavorative.

Intanto nel novembre 2018 Vincenzo Colla, Segretario confederale Cgil, intervenendo all’iniziativa “Il mio collega robot” promosso da Legacoop ha affermato: “Il paese è in ritardo sull’innovazione e rischia di vedere insidiata la seconda posizione che detiene in Europa sulla manifattura. Abbiamo già perso un quarto della nostra capacità produttiva – ha quantificato con preoccupazione il dirigente della Cgil – specificando che: “si tratta prevalentemente di imprese che non hanno saputo cogliere la sfida competitiva. Lo dimostra il fatto che il 30 per cento delle imprese che ha investito in innovazione e internazionalizzazione ha ottenuto straordinari risultati. Ma adesso occorre guardare alle imprese che sono rimaste indietro, pertanto il governo deve stimolarle con infrastrutture efficienti che colmino alcune criticità e ritardi come i costi dell’energia e la logistica. Inoltre si deve riconfermare l’impegno di risorse su industria 4.0 a partire da quelle per la formazione”.

Più occupazione nelle imprese tecnologicamente più avanzate

Proprio dal Veneto arriva il primo studio territoriale sull’impatto che industria 4.0 avrà sull’occupazione: il risultato eclatante è che le imprese della Regione (arredamento compreso) che usano le tecnologie digitali non solo non hanno ridotto i dipendenti, ma da sole hanno creato il 75% dei posti di lavoro in più rispetto a quelle meno tecnologiche, soprattutto tra gli addetti più istruiti.  Lo studio presentato dalla CGL a Treviso indica che su un campione di 900 aziende di settori diversi, la crescita occupazionale netta è stata di 1149 posti, di cui 870 posti di lavoro attribuibili alle imprese utilizzatrici di robot. La crescita più alta si è verificata per lavori che richiedono un’alta specializzazione (+10%) e la laurea (+16%). E a parità di altri fattori, le imprese con un’alta percentuale di laureati hanno una probabilità cinque volte superiore di utilizzare il digitale rispetto a imprese che hanno dipendenti poco qualificati nelle proprie fila. «I casi studio», scrivono i ricercatori, «mostrano come non sia il puro numero di laureati o lavoratori qualificati a determinare l’utilizzo delle tecnologie, perché ben più importante è il mix dei diversi gruppi di lavoratori, che permetta uno sfruttamento intelligente delle risorse e delle competenze».

Anche i meno qualificati, insomma, possono non restare indietro. La parola chiave è “formazione”.

Infine una ricerca dell’università di Padova su 600 Pmi del Nord rivela che l’adozione di tecnologie tipiche dell’Industria 4.0, partita alcuni anni fa, non ha portato a licenziamenti e ha fatto aumentare la redditività d’impresa. Il primo obiettivo segnalato è stato il miglioramento del rapporto con i clienti e la diversificazione di prodotti. Ma non tutti sono d’accordo sulla crescita degli occupati.
Il passato ci insegna che le trasformazioni non avvengono velocemente. Quindi è presumibile che anche la quarta rivoluzione industriale sarà un processo graduale di medio lungo termine. In ogni caso, mentre alcune occupazioni sembra possano sparire dal mercato del lavoro, altre ne sorgeranno in sostituzione o in combinazione.

Le nuove tecnologie richiederanno l’inserimento di altrettanto nuove figure professionali più tecniche e qualificate per gestire i nuovi sistemi, comunque la formazione dei lavoratori sarà centrale. La Consulting for innovation punta da sempre sull’innovazione e formazione, due capi saldi della sua filosofia imprenditoriale, è necessario in-formarsi costantemente per non farsi travolgere dal cambiamento.

 

Data Pubblicazione: 16/01/2019

Scritto da: Almerico Ribera

Pubblicato su: Ingenio Formazione Tecnica e Progettuale

Fonte https://www.ingenio-web.it/22326-da-industria-40-a-impresa-40-a-un-passo-dalla-quarta-rivoluzione-industriale-ma-cosa-ci-manca

 

 

Costi bassi e flessibilità, le app vanno alla conquista della formazione

Secondo le stime di Gartner entro i prossimi quattro anni un quarto dei lavoratori utilizzerà almeno una app per le risorse umane; anche se, avvertono i ricercatori, il rischio è al momento rappresentato dalla frammentazione all’interno delle aziende, con le singole divisioni che procedono in modo autonomo all’acquisto di piattaforme differenti tra loro. I grandi interlocutori istituzionali, come le scuole di Business, grazie alla loro maggiore visibilità rispetto ai piccoli hanno quindi un’ottima opportunità per diventare protagonisti anche di questo nuovo mercato. Che sta evolvendo rapidamente: vediamo come. Il direttore del programma sanitario della catena internazionale di grandi magazzini Auchan, Emmanuel Le Bouille, aveva messo in programma di offrire a tutti i dipendenti un corso sanitario e per il benessere. Non poche persone: 260mila, sparse in 12 Paesi diversi. Ma si era rapidamente convinto che l’approccio tradizionale, con i corsi in aula, avrebbe richiesto almeno quattro anni di tempo. Un periodo troppo lungo per essere accettabile. La sua decisione fu quella di rivolgersi a Coorpacademy, una start up svizzera in grado di fornire corsi di formazione scaricabili attraverso app dedicate. Il risultato fu che oltre la metà dei dipendenti di Auchan completarono il corso nei primi tre mesi dopo l’avvio del programma. Certo, qualche problema è stato inevitabile, per esempio a causa dell’impossibilità di avere l’app per Android necessaria per aggirare il veto cinese su Google e Google Play App. Ma calcolando il costo effettivemente sostenuto, intorno ai due euro a dipendente, il programma può comunque essere definito un grande successo, visto che il costo in aula sarebbe stato dieci volte più alto. Il caso Coorpacademy-Auchan testimonia come un numero crescente di aziende hi-tech, molto spesso start up, stiano guardando con attenzione al ricco mercato (stimato oltre i 350 miliardi di dollari) della formazione per le grandi aziende internazionali, che devono fornire (con costi altissimi) piani ad hoc per tutti i dipendenti, e in tutte le sedi sparse nel mondo. In Coorpacademy, l’obiettivo dichiarato dopo cinque anni di attività è quello di diventare una specie di Netflix della formazione. Già oggi offre circa 800mila soluzioni diverse, in 19 lingue, con programmi di gamification che stimolano i singoli utenti a completare il percorso formativo in modo migliore e in tempi più rapidi. La start up svizzera offre inoltre alle aziende clienti una formula di revenue-sharing, con la possibilità di inserire nelle app i programmi di formazione customizzati, che a quel punto possono diventare disponibili per tutto il mercato. In pratica, Coorpacademy genera una App su misura per un cliente, ma il corso realizzato per quel cliente può diventare un corso vendibile in tutto il mondo a chiunque abbia le stesse problematiche di formazione. Un altro protagonista del settore della formazione via app è SmartUp, una società con sede a Londra (e oltre 35mila utenti paganti al mese) che sfrutta le modalità di apprendimento «peer-to-peer» per consentire agli utenti di mettere alla prova le proprie capacità confrontandole con quelle di altri. I punti forza di SmartUp sono la semplicità e flessibilità dei programmi su smartphone, che consentono un fortissimo risparmio rispetto alla formazione in aula e permettono a chi inizia il percorso formativo di apprendere grazie al confronto con altri colleghi che hanno già maturato conoscenza più approfondite. Insomma, un mercato in forte crescita e con molti nuovi attori che tuttavia, come ha ricordato Gartner, non potrà non far gola agli attuali protagonisti del settore. E questi, grazie alla notorietà già acquisita, potranno godere di un notevole vantaggio competitivo qualora decidessero di entrare in forza anche nel nuovo mercato.

Il mercato del digitale forma un connubio sempre più solido con quello della formazione. In tutti i settori sta diventando sempre più necessario e stimolante, sostituendosi perfettamente ai metodi di formazione tradizionali. In ogni campo la formazione è sempre stata la “conditio sine qua non” per potersi differenziare, la Consulting for Innovation fa di essa il suo cavallo di battaglia.

 

Data Pubblicazione: 12/11/2018

Scritto da: Mattia Losi

Pubblicato su: IL SOLE 24 ORE

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/management/2018-10-09/costi-bassi-e-flessibilita-app-vanno-conquista-formazione-174853.shtml?uuid=AEOqw9JG