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Arriva l’alert per chi sconfina in banca

Con il Provvedimento del 18 giugno 2019 «disposizioni in materia di trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari – correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti» la Banca d’Italia prevede novità sulle informazioni da comunicare ai consumatori; quest’ultimi hanno il diritto di ricevere il documento sulle spese, il relativo riepilogo ed essere avvertiti entro un mese e tre giorni se si sconfina oltre i 300 euro sui conti senza fidi. Queste importanti novità riguardano l’ultimo aggiornamento di un provvedimento nato nel 2009 e già rivisitato periodicamente. Le modifiche verranno applicate dal 1° gennaio 2020.

Di seguito in dettaglio le principali novità riguardanti la trasparenza bancaria, riportate dal quotidiano on line ItaliaOggi:

“Spese in chiaro. Le spese relative ai servizi delle banche (da riportare in un apposito foglio informativo) includono, per ciascuna voce di costo, eventuali oneri fiscali e spese di scritturazione contabile, ma senza confusione: si deve riconoscere a batter d’occhio quanto si spende per oneri fiscali e quanto per scritturazione.

Conti di pagamento. I consumatori hanno diritto di avere un «Indicatore dei costi complessivi» (Icc), così da poter fare confronti e monitoraggio. In relazione all’Icc il provvedimento di BankIt distingue il conto «a pacchetto» (costi a forfait), i conti a consumo (ordinari) e i conti «in convenzione». I consumatori devono avere notizia dell’Icc in alcuni documenti importanti nella corrispondenza con il cliente e cioè il Documento informativo sulle spese, e il Riepilogo delle spese di fine anno inviato nell’ambito delle comunicazioni periodiche alla clientela.

Comunicazioni periodiche ai consumatori. I consumatori titolari di un conto di pagamento, in aggiunta all’estratto conto e al documento di sintesi, devono ricevere almeno una volta all’anno e gratuitamente, un documento denominato «Riepilogo delle spese», che riporta un riepilogo di tutte le spese sostenute dal consumatore nel periodo di riferimento. Il riepilogo deve anche segnalare una serie di notizie: in caso di sconfinamenti in assenza di affidamento, il tasso di interesse debitore applicato e l’importo totale degli interessi addebitati; il tasso di interesse creditore e l’importo totale degli interessi maturati nel periodo di riferimento.

Conti dei consumatori. Ai consumatori è dovuta la massima attenzione nei flussi informativi. I consumatori devono avere un documento denominato «Documento informativo sulle spese» che riporta tutte le spese che il consumatore è tenuto a pagare in relazione ai servizi collegati al conto di pagamento. In caso di conti di pagamento «a pacchetto», il Documento informativo sulle spese riporta le spese per l’intero pacchetto, i servizi inclusi nel pacchetto e la quantità delle relative operazioni, nonché le spese aggiuntive per le operazioni eccedenti. Il consumatore ha diritto, poi, al glossario, contenente una spiegazione chiara almeno con riferimento ai servizi riportati nel documento informativo sulle spese. Il documento deve essere in ogni caso consegnato al consumatore in tempo utile prima della conclusione del contratto.

Sconfinamenti. Il correntista ha diritto a una informazione ad hoc in caso di sconfinamento consistente di durata superiore a un mese. Si precisa che lo sconfinamento è consistente quando è uguale o superiore a 300 euro in assenza di apertura di credito, oppure al 5% dell’importo totale del fido. La comunicazione dello sconfinamento è effettuata al più tardi entro tre giorni lavorativi successivi al compimento del mese.”

La Consulting for Innovation, società di consulenza proattiva alle imprese, attraverso il suo team di professionisti, offre assistenza al cliente e lo segue lungo tutto il percorso.

Gli “Indicatori della crisi”: l’art. 13 del nuovo Codice sulla crisi d’impresa e l’insolvenza

 

 

Massimo Talone ODCEC di Milano

Già in miei diversi interventi, da ultimo quello postato l’8 dicembre 2018, avevo affrontato “l’annoso problema” degli “indicatori della crisi” previsti dall’art. 13 del nuovo Codice sulla crisi d’impresa e l’insolvenza di prossima pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (le ultime indiscrezioni parlano della prima settimana di marzo per una banale carenza di spazio tipografico). Ingarbugliato problema esegetico, la definizione di questi “indicatori” e degli “indici segnaletici” che ne dovrebbero costituire lo strumento quantitativo di misurazione, stanno producendo, tra gli addetti ai lavori e cultori della materia, le più stravaganti e fantasiose proposte operative: da “alberi decisionali” (privi però di ogni stima su base probabilistica e quindi strutturati su base meramente euristica) alla più svariata pletora di indici di bilancio la cui significatività, in termini discriminanti dell’evento insolvenza, è paragonabile alle viscere d’agnello utilizzate nell’antica Roma per anticipare infausti presagi. Mi trovo quindi costretto, ahimè, ha ritornare in argomento per fare chiarezza su un punto di fondamentale importanza nei processi di diagnosi e monitoraggio del rischio d’insolvenza (attività di controllo a cura degli organi amministrativi) e nella correlata procedure d’allerta interna (attività di monitoraggio a cura degli organi di controllo). Bisogna certamente convenire che il tenore dell’articolo 13 del decreto appare oggettivamente infelice nella sua costruzione letterale e fonte di un’interpretazione forviante, soprattutto da parte di un pubblico di non esperti. Il richiamo infatti, nell’ambito della procedura di allerta interna, ad “appositi indici che diano evidenza della sostenibilità del debito per almeno sei mesi e della continuità aziendale per l’esercizio in corso …” contraddice in termini la loro finalità che, per espressa indicazione della legge delega (art. 4 primo comma legge n. 155/2017) è quella di“incentivare l’emersione anticipata della crisi” attraverso il tempestivo riscontro di “un significativo aumento della probabilità di futura insolvenza”. In realtà, l’interpretazione sostanziale della norma è quella di adottare appositi indici segnaletici (contabili, extra contabili ed andamentali) che diano evidenza della scarsa sostenibilità dei debiti per “almeno i sei mesi successivi” (nel senso che, per periodi temporali inferiori ai sei mesi consecutivi, le situazioni di illiquidità sono considerate fisiologiche e transitorie) e delle incerte prospettive di continuità aziendale (nel senso che al momento della valutazione deve persistere una ragionevole attesa di continuità aziendale se pur con bassa probabilità). In realtà, aldilà del tenore della norma, la questione esegetica e di facile e banale soluzione. È lo stesso legislatore, infatti, che, nell’esplicitare all’art. 2 i principi generali della legge delega, definisce con chiarezza ed in modo inconfutabile quale debba essere l’unico indicatore significativo della crisi d’impresa: la probabilità di futura insolvenza. La procedura di allerta deve quindi inevitabilmente attivarsi (si ripete, prima per iniziativa degli amministratori e poi eventualmente degli organi di controllo) solo quando la probabilità d’insolvenza (calcolata, come si dirà in seguito, su base forward- looking) subisce un significativo aumento tale da superare la “soglia l’allerta” definita a priori con apposito regolamento interno o stabilita nel piano aziendale (è la risk tollerance nel Risk Appetite Framework che deve costituire parte integrante del piano aziendale). È quindi la PD (Probability of Default) ovvero la probabilità di futura insolvenza e non altre misure che deve esprimere in modo sintetico ed univoco il rischio d’insolvenza. Il problema allora è stabilire in termini operativi: a) Quali e quante informazioni utilizzare dal punto di vist c) Conseguentemente, quale evento futuro considerare e come definirlo puntualmente ovvero insolvenza giudiziaria, insolvenza bancaria, interruzione di continuità aziendale, partendo dal presupposto che si tratta di eventi diversi con scadenze temporali diverse. d) Quale metrica temporale considerare: mono-periodale o multi-periodale e quale intervallo temporale utilizzare: semestre, anno, triennio, quinquennio. Problemi di risk management non banali ma neanche insormontabili (ovviamente, per chi ne conosca la logica). Risolto in questi termini il problema, la definizione dei “famigerati” indici a cui pure il legislatore fa riferimento “suggerendone” tre considerati particolarmente significativi (oneri finanziari/ flussi di cassa, capitale di rischio/posizione finanziaria netta e giorni di ritardato pagamento), costituisce null’altro che un “di cuius” del più generale problema della stima della probabilità di futura d’insolvenza calcolata quindi su base forward-looking (significa che le informazioni e quindi i correlati indici significativi devono essere calcolati su base prospettica e non solo storica come accade nei sistemi di rating interni delle banche). Ma il legislatore non si limita a definire la misura della “funzione obiettivo” dei sistemi di monitoraggio del rischio d’insolvenza e della correlata procedura d’allerta. Esso pone al valutatore (amministratore, sindaco o revisore che sia) un “vincolo” di breve periodo costituito dalla verifica forward-looking, oltre un orizzonte temporale futuro di sei mesi (considerato limite di possibile temporanea illiquidità) del ripristino della piena sostenibilità finanziaria. Quest’ultima intesa quale capacità dei flussi di cassa operativi attesi di coprire, nell’intervallo temporale considerato, gli impegni finanziari inderogabili, per definizione, derivanti dal servizio del debito finanziario ed erariale. Se quindi il mantenimento al disotto della soglia di tolleranza della probabilità d’insolvenza è sicuramente indicatore di continuità aziendale, la periodica verifica della sostenibilità finanziaria nel breve periodo (misurabile ad esempio attraverso il DSCR – Debt Service Coverage Ratio) è indicatore di capacità di rimborso del debito finanziario ed erariale. Come si traducono tutte queste prescrizioni normative in termini di concreti protocolli operativi (presumibilmente, formalizzati in un regolamento interno)? a) In primis, le aziende dovranno introdurre idonee procedure di pianificazione, controllo e monitoraggio del rischio d’insolvenza. Il documento sociale che formalmente ne esprime il contenuto è il piano aziendale che quindi diventa documento indispensabile per la tempestiva e precoce rilevazione dello stato di crisi ed esimente di responsabilità per amministratori, sindaci e revisori. Il piano aziendale dovrà anche contenere il sistema degli obiettivi di rischi accettabili (RAF) compreso, la soglia di rischio d’insolvenza tollerabile. b) A cura degli organi di controllo, periodicamente, dovrà essere effettuata il monitoraggio, su base backward-looking e reattiva, delle anomalie rilevanti (trigger event) attraverso la procedura dell’adeguata verifica (vedi Quaderno SAF n. 71) nell’ambito delle procedure di allerta interna (Early Warning System). c) A cura degli amministratori dovrà essere effettuata periodicamente, almeno su base semestrale, il programma di valutazione del rischio d’insolvenza (diagnosi del rischio a breve e outlook a 3 anni) su base proattiva e forward-looking. d) Il caso di significativo aumento della probabilità d’insolvenza oltre la soglia di tolleranza (risk tolerance indicata nel piano aziendale) ovvero anche qualora si dovesse verificare una situazione di non sostenibilità finanziaria oltre i sei mesi, dovrebbe essere attivata la procedura d’allerta ed attivate le idonee misure correttive (action plan). e) In caso di perdurare delle situazioni di squilibrio finanziario e/o illiquidità, gli amministratori dovranno attivare senza indugio, su input degli organi di controllo (revisori e sindaci), la procedura di recovery planning (piano di risanamento) e implementare le relative azioni di risanamento (recovery action). Da ultimo, un richiamo implicito a predisporre preventivamente un piano di risanamento(della serie, preparalo e tienilo nel cassetto) e relative misure correttive da attivare in caso di allerta e ricorso alle procedure di composizione assistita della crisi. Il piano dovrebbe essere predisposto sulla base di uno stress test ovvero di una simulazione economicofinanziaria definita sulla base di uno scenario di worst case (personalmente, consiglio di valutare uno scenario costruito su base endogena utilizzando, quale ipotesi base, un valore dei ricavi di vendita pari al break-even point di tesoreria). L’articolo 17 del Codice infatti stabilisce un termine estremamente limitato per trovare una soluzione concordata con i creditori. Tre mesi prorogabili di ulteriori tre mesi solo in caso di positivo riscontro delle trattative con le controparti. Oltre tale termine, la partita passa al pubblico ministero che, verificata la sussistenza degli elementi concordati indicatori dello stato d’insolvenza, avvia l’istanza di liquidazione giudiziaria (tradotto, il fallimento).

 

Consulting for innovation attraverso la sua ampia e ramificata rete di professionisti, fornisce supporto alle imprese in crisi nel possibile percorso di riattivazione della capacità dell’impresa di produrre adeguati flussi reddituali e finanziari, analizza la situazione dei clienti e, successivamente, verifica l’eventuale applicazione dei principali strumenti per risolvere le situazioni di crisi d’impresa.

 

Fonte https://www.linkedin.com/pulse/gli-indicatori-della-crisi-come-va-correttamente-sul-piano-talone/

9 febbraio 2019

 

Gli alert per le aziende aprono nuovi sbocchi

Se per i dottori commercialisti si aprono nuove prospettive di lavoro, per gli avvocati la riforma del codice delle crisi d’impresa può, invece, portare un restringimento degli spazi d’azione. I primi potranno, infatti, beneficiare dell’allargamento degli obblighi di revisione anche a società finora escluse, mentre i legali devono convincere il Governo a far marcia indietro sulla mancata previsione della difesa tecnica nei casi di proposta di concordato per i debitori in stato di sovraindebitamento.

Le due categorie una certezza, tuttavia, ce l’hanno: entreranno a far parte del nuovo albo nazionale da cui l’autorità giudiziaria potrà attingere per affidare gli incarichi di curatore, commissario giudiziale o liquidatore. Elenco da cui, invece, sono stati esclusi i consulenti del lavoro, che reclamano il loro diritto a farvi parte.

Il coinvolgimento della categoria nelle tante nuove procedure è molto ampio: il sindaco unico sarebbe obbligatorio, secondo le stime di Bankitalia, in oltre 180mila aziende, per gli Ocri (organismi di composizione delle crisi di imprese) da attivare ai primi segnali di allerta potrebbero servire dai 180mila ai 210mila esperti, a fronte di 60-70mila imprese colpite dal procedimento di allerta. «I commercialisti potranno assumere anche l’incarico di attestatori» spiega Andrea Foschi, che nel Consiglio nazionale ha la delega per le crisi e il risanamento di impresa – ed entreranno in gioco se l’azienda che ha sviluppato indici di rischio allarmanti decide comunque di non attivare il procedimento presso l’Ocri».  «In questo caso è obbligatoria, appunto, l’attestazione di un professionista indipendente che si farà carico di responsabilità penali e civili». Tutte professionalità da “pescare” dal nuovo Albo di esperti per i ruoli di liquidatore, commissario giudiziale e curatore, cui, secondo l’attuale schema di decreto, possono accedere commercialisti e avvocati.

Dal Consiglio nazionale dei commercialisti è arrivata la preoccupazione per questa massa di incarichi. In audizione quindi il 4 dicembre il Cndcec ha chiesto un’entrata in vigore scaglionata. «Serve più tempo per le imprese sotto i 5 milioni di fatturato» precisa Foschi. Secondo i commercialisti occorrerebbe almeno un anno in più per la nomina dei sindaci e 18 mesi (in aggiunta agli attuali 18 validi per tutti) per far scattare le nuove procedure di allerta anche per loro.

Tralasciando i rilievi di carattere procedurale e soffermandosi su quelli che possono avere una ricaduta sull’attività, il Consiglio nazionale forense chiede al Governo di eliminare dalla norma sul concordato relativo alle imprese in stato di sovraindebitamento il divieto di farsi assistere da un difensore. «Va considerato – sottolinea Carlo Orlando, consigliere del Cnf – che quelle procedure si concludono di solito con un procedimento giurisdizionale, per cui non si può escludere la difesa tecnica. E poi, la legge delega non dice nulla al riguardo». Altro aspetto delicato è l’istituzione degli Ocri. «Sono – aggiunge Orlando – nuovi contenitori che dovranno garantire la massima riservatezza. La commissione Rordorf, che ha lavorato alla riforma, aveva previsto che le procedure di allerta venissero trattate dalle attuali camere di compensazione, che funzionano bene».

L’esclusione dall’albo dei curatori e commissari giudiziali non va giù ai consulenti del lavoro. «Tra i principi della legge delega – afferma Sergio Giorgini, vicepresidente del Consiglio nazionale della categoria – c’è la tutela dell’occupazione e del reddito dei lavoratori delle imprese in crisi. Il consulente del lavoro ha le competenze per intervenire. Dunque, abbiamo i titoli per stare nell’albo. Il decreto, invece, si rifà a requisiti fissati nel 1946. Ma a quell’epoca non c’era alcuna normativa sulla tutela dei diritti dei lavoratori».

 

Di sovente la Consulting for Innovation si trova a doversi confrontare con soggetti economici che stanno subendo procedure esecutive sui beni, come pignoramenti o fermi amministrativi. Il pool di professionisti della Consulting assiste il debitore in tutte le fasi della procedura, mettendo a disposizione i suoi professionisti che valuteranno le singole posizioni e assisteranno i consumatori e le aziende nell’iter da avviare.

 

Data Pubblicazione: 10/12/2018

Scritto da: Antonello Cherchi e Valeria Uva

Pubblicato su: Quotidiano del Lavoro, del Sole 24 ore Norme e Tributi

Fonte : http://quotidianolavoro.ilsole24ore.com/art/agevolazioni-e-incentivi/2018-12-07/la-crisi-d-impresa-apre-nuovi-sbocchi-122129.php?uuid=AECovVvG&fromSearch