Anomalie tributarie: come comportarsi!

Tutti i cittadini/contribuenti (persona fisica o giuridica) sono tenuti a versare delle somme a titolo di imposte, tasse o sanzioni amministrative.

Se non si ottempera al pagamento di quanto precedentemente evidenziato, l’Ente impositore (es. Agenzia delle Entrate, Comuni, INPS, INAIL, Prefettura ecc…) provvede a notificare un avviso di accertamento/avviso di addebito etc. delle somme dovute dal contribuente. Gli enti impositori alla fine di ogni anno formano un elenco nominativo dei debitori con l’indicazione anagrafica di ciascuno, la natura del debito, l’importo, le date delle comunicazioni/notificazioni effettuate al contribuente.

Trasmettono l’elenco:

  • All’Agenzia delle Entrate – Riscossione (già Equitalia) per le regioni a statuto ordinario;
  • Agli uffici per la Riscossione convenzionati per le regioni a statuto speciale (es. Serit/Riscossione Sicilia per la Sicilia);

 

L’ente impositore quindi, trasmette a sua volta il ruolo con il visto definitivo all’Agenzia delle Entrate – Riscossione che provvede a confezionare la cartella ed a notificarla al contribuente. Può anche capitare che l’atto che ci viene notificato in realtà contenga degli errori di notifica e/o di contenuto, che ci consentono di renderlo impugnabile.

I termini per impugnare variano in base ai tributi richiesti:

  • 60 gg per tributi da impugnare davanti alla Commissione Tributaria Provinciale.
  • 40 gg per contributi previdenziali ed assistenziali da impugnare davanti al Giudice del Lavoro.
  • 30 gg per sanzioni amministrative (multe/contravvenzioni) da impugnare davanti al Giudice di Pace.

 

Impugnazione fuori termine

Oltre detti termini le cartelle potranno essere impugnate solo nel caso in cui emergono vizi relativi al procedimento notificatorio, oppure in caso di intervenuta decadenza/prescrizione mediante verifica della situazione debitoria, attraverso l’acquisizione degli estratti di ruolo.

 

Per il rilevamento di eventuali anomalie CONSULTING FOR INNOVATION, attraverso la sua rete di commerciali mette a disposizione una consulenza sartoriale di studio e di prima analisi gratuita, si propone di essere un partner per le imprese e i cittadini, operando con professionalità e affidabilità al fine di accompagnare il cliente in un percorso con l’obiettivo di vederne riconosciuti i diritti.

 

 

 

Sei curioso di sapere come la tua azienda viene vista dal mondo finanziario, dal punto di vista dell’affidabilità?

Vuoi conoscere quanto tu sei affidabile?

Il merito creditizio rappresenta, per definizione, l’affidabilità economico-finanziaria di un soggetto in grado di determinare una quantificazione del rischio finanziario connesso all’erogazione di credito a suo favore. Tale inaffidabilità viene rappresentata da un parametro sintetico che si definisce Rating. Il rating bancario è un elemento imprescindibile per valutare l’affidabilità finanziaria di un’impresa. Si tratta di una opinione sulla capacità dell’azienda di far fronte ai propri impegni finanziari e viene espresso in una scala alfanumerica che indica diversi range di probabilità di default.

L’espressione alfa numerica del rating è una operazione di valutazione di differenti componenti opportunamente ponderati e sintetizzati attraverso una formula di calcolo:

 

  • INFORMAZIONI QUANTITATIVE (Bilanci Depositati e relativi allegati)
  • INFORMAZIONI QUALITATIVE (Visura Camerale, Data-Base, Sito Internet e/o Brochure)
  • INFORMAZIONI ANDAMENTALI (Andamentale interno e Centrale Rischi)

 

 

Il Dossier Rating consiste in una narrativa di un processo di analisi approfondito sulla capacità di un soggetto di adempiere alle proprie obbligazioni finanziarie. Un report informativo facilmente intellegibile e modulabile alle mutevoli esigenze aziendali.

Il Dossier Rating prevede:

  • un processo di analisi e rielaborazione dei dati quantitativi attraverso la valutazione dei documenti reddituali depositati relativi agli ultimi 4 esercizi contabili;
  • un processo di analisi e rielaborazione dei dati qualitativi attraverso la raccolta di data base informativi
  • un processo di verifica e rielaborazione dei dati andamentali attraverso il riscontro e/o sintetizzazione dei dati evidenziati dai flussi Centrale Rischi Banca d’Italia
  • un processo di verifica con prospettive e rischi rispetto al settore dove si opera

 

Il Dossier Rating è un elemento fondamentale per le aziende in quanto fornisce un quadro chiaro della situazione economica-finanziaria, e della percezione che il sistema bancario ha dell’azienda cliente. È uno strumento importante in quanto individua le aree di intervento sulle quali operare al fine di migliorare efficacia ed efficienza della gestione caratteristica; consente inoltre di effettuare un’attenta pianificazione delle esigenze finanziarie di breve e medio lungo termine.

I modelli di determinazione del Rating, al fine di avere una valenza predittiva, devono oculatamente sovra-pesare l’assetto finanziario della azienda oggetto di valutazione.  Infatti, solo un solido assetto finanziario consente forza competitiva e quindi possibilità di sviluppo, entrambi fattori fondamentali che assicurano il perdurare nel tempo di un progetto imprenditoriale.

 

 

Il dossier rating, strumento oggi indispensabile, proposto da CONSULTING FOR INNOVATION SRL, consente una periodica valutazione del merito creditizio della PMI in linea con i criteri applicati dal sistema creditizio, è inoltre caratterizzato per una capacità proattiva di analisi che risponde a pieno alle nuove esigenze del sistema bancario di valutare efficacemente i propri clienti. 

 

 

Vuoi avere il pieno controllo della tua azienda?

Ogni imprenditore sogna di poter aver il pieno controllo della sua azienda, senza tralasciare nulla, ma spesso, diventa quasi impossibile poter controllare ogni dettaglio. I ritmi di lavoro frenetici e la quantità di tempo limitato non consentono di poter seguire ogni processo come si vorrebbe, anzi, spesso l’imprenditore non ha contezza della direzione che la sua azienda sta seguendo. Ciò può accadere perchè gli attuali sistemi di controllo basati sul bilancio (analisi per indici, break even point, budget, analisi scostamenti, rating, zeta score), sono misurazioni quantitative e trascurano gli elementi qualitativi fondamentali per l’evoluzione dell’azienda, che sono intangibili, e cioè:

-LA FORMAZIONE
-L’INNOVAZIONE
-IL CLIMA AZIENDALE

Quindi, questi strumenti, sono in grado di misurare solamente ciò che è successo, ma non permettono all’imprenditore di conoscere cosa accadrà e soprattutto cosa dovrà fare la sua azienda in futuro. È necessario che le azioni quotidiane di ogni azienda vengano rilevate e misurate, ma spesso questo, all’interno dell’azienda, rappresenta un problema. Il Cruscotto di Controllo è la versione italiana della Balanced Scorecard ideata nel 1992 dai professori Robert Kaplan e David Norton dell’Università di Harward che è lo strumento di controllo attualmente più utilizzato al mondo. Semplifica la lettura del dato in quanto si riescono a sintetizzare i risultati in pochissimi indicatori e addirittura in un indicatore sintetico dello stato di salute aziendale attuale, ma soprattutto strategico, in funzione della capacità futura dell’azienda di essere coerente con il futuro. Quindi l’imprenditore o il manager avrà il controllo della situazione da un banalissimo foglio A4. Il cruscotto di controllo, oltre la caratteristica primaria di misurare è anche uno strumento molto efficace per effettuare delle simulazioni sulle scelte aziendali, in modo da analizzare i risultati delle scelte prima che esse siano compiute.

Tra le caratteristiche del Cruscotto aziendale troviamo quindi:

  • Descrizione e misurazione dei processi aziendali
  • Supporto per il raggiungimento di obiettivi concreti
  • Mappa strategica per guidare nella gestione dell’azienda
  • Misurazione dei risultati
  • Miglioramento del rapporto con i clienti
  • Ottimizzazione di gestione e produttività dei collaboratori
  • Fornisce informazioni fondamentali per sapersi muovere in ogni aspetto della vita Aziendale
  • Aumento dei profitti in quanto si conosce l’Azienda al meglio

 

La Mission del servizio Cruscotto di Controllo Aziendale è supportare l’imprenditore per migliorare la gestione aziendale, con semplicità, chiarezza e professionalità. Numerosi studi hanno evidenziato che soltanto cinque aziende su dieci sopravvivono ai primi cinque anni di vita aziendale, nel lungo periodo solo quelle che si avvalgono di una consulenza continuativa che garantisce loro la sopravvivenza.

Il Cruscotto aziendale offre la possibilità di iniziare a confrontarsi con indicatori strategici e scientifici, di grande supporto, necessari per poter seguire un percorso di corretta gestione aziendale e di controllo. La Consulting for innovation, tramite il suo team di professionisti specializzati nel settore, fornisce assistenza alle imprese attraverso una prima analisi gratuita, per aiutare gli imprenditori nella gestione del proprio business a 360°.

 

Come ogni euro investito in formazione fa aumentare fino a tre volte il fatturato delle aziende

Le innovazioni tecnologiche sono ormai una realtà quotidiana, in ogni ambito lavorativo si sono instaurate tecnologie che supportano i compiti quotidiani dei lavoratori. Si parla di rivoluzione tecnologica 4.0, ma in Italia le competenze non riescono a stare al passo delle innovazioni. L’avanzamento della tecnologia, senza il supporto di adeguate skill, rischia di essere un’arma a doppio taglio soprattutto per le piccole e medie imprese. La soluzione per evitare il problema è concentrarsi sulla formazione del capitale umano.

L’Italia rispetto agli altri Paesi è al di sotto della media Europea, soprattutto per quanto riguarda l’aggiornamento professionale e l’apprendimento di nuove competenze.

Come spiega Donato Ferri – Mediterranean People Advisory Services Leader di EY – al Sole 24 ore

 << Investendo 1 euro sulla formazione e lo sviluppo di certi tipi di skill ottengo un aumento nel fatturato da 2 a 3 volte il valore investito in un anno, a seconda se parliamo rispettivamente di aziende grandi o medio-piccole. Oggi a cambiare è il metodo di lavorare sulle persone, e a durare non è la competenza che si impara negli anni. Non si può pensare di non lavorare sulla psicologia e la capacità di un manager di motivare e di motivarsi.. >>

La trasformazione tecnologica in atto necessità di un equilibrio tra le nuove tecnologie, a supporto del lavoratore, e le competenze necessarie per poter sfruttare al meglio il loro potenziale. Senza una formazione adeguata il mercato del lavoro rischia di non riuscire a far fronte ai cambiamenti in atto. Le competenze che possiede oggi un lavoratore tra un paio di anni saranno già obsolete e necessiteranno di un aggiornamento, considerando la rapidità con la quale si evolvono le innovazioni tecnologiche.

Quello che emerge, quindi, dai numerosi studi realizzati è che l’Italia si trova in una situazione non proprio favorevole, ciò che manca sono soprattutto le competenze nel campo dell’industria 4.0.

Le tecnologie senza le adeguate competenze non producono risultati positivi, portando all’effetto contrario.

È fondamentale, quindi, per le imprese concentrarsi sulla formazione, considerandola un aspetto centrale sulla quale investire risorse, e non più un optional da rimandare, proponendo un aggiornamento continuo e costante.

 

La Consulting for Innovation, operando anche con partner esterni, eroga alle imprese la formazione che necessita loro a più livelli, pratica e attuale, considerandola da sempre un aspetto centrale, un processo senza il quale con le continue innovazioni, il mondo del lavoro non può sopravvivere.  

 

Fonte Il sole 24 ORE

 

 

 

Quando la preoccupazione per i debiti supera ogni limite, cosa fai?

L’iter, facile e veloce, di erogazione dei finanziamenti da parte di banche e finanziarie a imprese e famiglie, dopo gli anni 80, ha contribuito a consolidare una cultura fondata sul debito, che spingeva le aziende e le famiglie ad utilizzare con estrema semplicità questi strumenti per la realizzazione di attività o progetti. Oggi ci troviamo con una percentuale altissima di soggetti, sia piccole imprese che professionisti o famiglie, che hanno difficoltà a far fronte ai debiti e agli impegni assunti. Non trattandosi di soggetti fallibili, ci si trova di fronte a situazioni di immobilismo. Da una parte gli istituti finanziari che hanno una montagna di crediti inesigibili e dall’altra i debitori che non hanno più una via d’uscita per onorare i propri debiti. Questo grave fenomeno ha spinto lo Stato a realizzare un’apposita legge (LEGGE 3/2012 denominata Legge da Sovraindebitamento) che attraverso appositi strumenti intervenisse per affrontare e risolvere questo problema.

LA LEGGE 3

La Legge 3 /2012 rappresenta una speranza per le piccole imprese e i privati che non riescono più a fa fronte ai loro debiti. La legge consente di accedere ad una procedura che facilita il risanamento dei debiti, attraverso un piano di rientro che permetterà al debitore di ridurre il debito secondo quanto, rispetto alle sue disponibilità, è in grado di pagare, mentre il resto del debito viene cancellato. La persona prima sovra indebitata potrà riprendere una nuova attività commerciale e potersi reinserire nella società.

A CHI SI RIVOLGE?

Possono beneficiare della procedura di esdebitazione ai sensi della Legge 3 del 2012

le PERSONE SOVRAINDEBITATE: cioè a coloro che si trovano in una situazione economica critica dovuta allo squilibrio tra i pagamenti da effettuare e le entrate mensili. A chi è impossibilitato a far fronte ai propri impegni pregressi, pur avendo un reddito, anche se minimo, o un patrimonio immobiliare. A coloro che sono già stati segnalati in banche dati (Crif, C.R., Experian, etc…) o che stanno subendo azioni esecutive come il pignoramento della abitazione, dello stipendio, della pensione, ecc…

Gli IMPRENDITORI INDEBITATI (singoli o associati), purché non soggetti al fallimento (piccole imprese commerciali, “sotto soglia” rispetto ai paramenti dell’art.1 della legge fallimentare e, indipendentemente dalle dimensioni, imprenditori commerciali cessati da oltre un anno, imprenditori agricoli, gli enti no profit, le start up innovative, ecc.)

Sono esclusi dalla procedura:

  • Imprese soggette al fallimento (debiti > € 500.000,00 e negli ultimi 3 esercizi: attivo patrimoniale > € 300.000,00 e ricavi lordi > € 200.000,00);
  • Chi ha fatto ricorso, nei precedenti cinque anni, ai procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento;
  • Chi ha subito, per cause imputabili al debitore, uno dei provvedimenti di cui agli art.14 e 14-bis (ovvero l’impugnazione e la risoluzione dell’accordo e la revoca e la cessazione degli effetti dell’omologazione del piano del consumatore);
  • Chi non presenta una documentazione completa tale da non consentire una ricostruzione compiuta della propria situazione economica e patrimoniale.

La Consulting for innovation, tramite il suo team di specialisti,  valuta la posizione del cliente attraverso una prima analisi gratuita, e successivamente lo accompagna in tutte le fasi della procedura.

 

 

 

 

Come reagisci quando si presenta un problema con la banca?

Tutti, aziende o privati intratteniamo rapporti con le banche.

Fino a quando tutto va più o meno bene, la situazione resta in equilibrio, ma quando iniziano le prime difficoltà non sappiamo come comportarci.

Andiamo, quindi, a vedere da vicino cosa e quali sono le anomalie bancarie.

Le principali anomalie bancarie più diffuse riscontrabili sono:

  • Usura Soggettiva (art.1 L.108/96) e Oggettiva (art.644 c.p.,co.3);
  • Anatocismo (interessi su interessi);
  • CMS (Commissioni Massimo Scoperto);
  • Indeterminatezza delle condizioni contrattuali;
  • Verifica delle fidejussioni;
  • Revoca affidamenti senza preavviso;
  • Segnalazioni illegittime alle banche

Le regole che dovrebbero rendere virtuoso un rapporto tra banca e cliente attengono tutte, in sintesi, a profili di trasparenza e di corretta informazione al cliente. L’attività bancaria per l’importanza che riveste nel tessuto economico del Paese non è lasciata alla libera iniziativa dei singoli ma è regolamentata.

  • un Testo Unico Bancario (TUB) che regolamenta i rapporti tra banca e clienti
  • un Testo Unico della Finanza (TUF) che regolamenta i rapporti tra investitori finanziari e clienti.

Alcuni contratti bancari sono poi regolati dal Codice Civile (ad esempio, il contratto di conto corrente) e molte regole che incidono sul rapporto tra clienti e investitori finanziari sono di derivazione comunitaria, ovvero emanate dalla Comunità Europea. Le banche a loro volta nell’espletamento della loro attività sono sottoposte all’attività di vigilanza operata da Banca d’Italia.

In Italia esiste inoltre una normativa speciale che non è presente in tutti i Paesi, che limita i tassi che possono essere praticati nell’ipotesi di prestito di denaro. La L. 108/96 non è stata varata in modo particolare per le banche ma si applica anche alle banche. Questa legge ha una appendice anche nel Codice Penale visto che l’art. 644 sanziona il reato di usura.

Riepilogando, in sintesi, il perimetro della relazione banca/ cliente è dato dalle seguenti fonti:

  • Codice Civile
  • Codice Penale
  • Norme del TUB
  • Norme del TUF
  • 108/96
  • Norme di Derivazione Comunitaria
  • Decreto Ministero del Tesoro

Circolari emanate da Banca d’Italia

 

I principali contratti bancari sono:

  • Contratto di conto corrente
  • Contratto di apertura di credito in conto corrente
  • Contratto di anticipo fatture in conto corrente
  • Contratto di mutuo ipotecario
  • Contratto di finanziamento chirografario

 

Contratti regolati da normative speciali sono poi quelli di leasing

 

I principali contratti finanziari sono:

  • Contratti Derivati, tra questi gli IRS (derivati cosiddetti di copertura o OTC);
  • Vendita Azioni quotate/non quotate
  • Vendita prodotti finanziari ibridi

 

Quando tra banca e cliente si interrompe il rapporto di fiducia si possono prevedere vari accadimenti che tuttavia seguono quasi sempre schemi prevedibili:

PER LA BANCA

  • La banca invita il cliente a fare dei pagamenti per rientrare nei limiti del fido o pagare rate di finanziamento arretrate
  • La banca invita il cliente a ripianare le posizioni precedenti con un nuovo contratto (ad esempio, un mutuo che estingue posizioni precedenti relative a apertura di credito in conto corrente)
  • La banca invita in cliente a chiudere tutti i rapporti programmando un piano di rientro
  • La banca interrompe il rapporto con il cliente con o senza preavviso

PER IL CLIENTE

  • Il cliente si rende conto o ha il dubbio che la banca non rispetta le pattuizioni contrattuali
  • La banca non finanzia un nuovo progetto (rating e problemi connessi)
  • Cessazione attività da parte del cliente
  • Cambia il direttore/gestore
  • Il cliente in generale non vuole più lavorare con una banca.

 

 

Per il rilevamento di eventuali anomalie Consulting for innovation, attraverso la sua rete di commerciali mette a disposizione una consulenza sartoriale di studio e di prima analisi gratuita, che consente alla clientela di stabilire se sia stata violata la normativa esistente da parte degli istituti di credito, individuando tutte le irregolarità legislative ed economiche. In seconda battuta, si propone di accompagnare il cliente attraverso tutte le fasi processuali ed extra – processuali con l’obbiettivo di vederne riconosciuti i diritti.

 

 

 

La rivoluzione 5G è iniziata: come privati e aziende potranno sfruttare le sue potenzialità.

Se ne parla ormai da tempo, il 5G è fortemente atteso. La possibilità di un mondo iperconnesso sta diventando reale. Ciò che importa adesso, però, è riuscire a cogliere le enormi potenzialità che il 5G può offrire, contribuendo all’accelerazione dei processi industriali e di business. Il 5G giocherà un ruolo fondamentale anche e soprattutto per le aziende che vogliono migliorare le proprie competenze, consentendo ai dipendenti di lavorare in modo più veloce, funzionale e produttivo, sia che si trovino in ufficio, a casa o da un cliente, stravolgendo la nozione canonica di lavoro, cambiamento ormai in atto da tempo. I settori di applicazione sono davvero molti come l’automazione industriale, smart city, comunicazione, media e molti altri. Una capacità di banda così ampia sarà una grande opportunità per le PMI con soluzioni di automazione in tempo reale e a controllo remoto, servizi video in alta risoluzione, piattaforme di monitoraggio di produzione e tracking, gestione dei veicoli connessi (come le auto autonome e tutto l’ambiente urbano che sboccerà loro intorno), controllo della sicurezza negli ambienti di lavoro, sorveglianza, robotica avanzata, interventi in realtà aumentata e molto altro.

Tra le imprese è ormai fondata la consapevolezza dell’importanza di un iperconnessione, l’unica preoccupazione è quella di non essere adeguatamente preparati ad affrontarla. Come ogni cambiamento è necessario un processo di formazione, che consenta ai fruitori di sfruttare al massimo le potenzialità delle innovazioni tecnologiche proposte. La Consulting for innovation ritiene da sempre la formazione un aspetto centrale all’interno di un’azienda, passaggio fondamentale, senza il quale non si può trarre vantaggio dal cambiamento e sfruttare al meglio le innovazioni.

 

 

Fonte https://www.pmi.it/tecnologia/infrastrutture-it/293604/5g-in-italia-novita-e-applicazioni.html

PMI.IT

Il balzo del Crowdfunding, raddoppio in un anno

Il termine crowdfunding, che letteralmente significa “trovare fondi attraverso la folla“; è un micro-finanziamento dal basso, che usufruisce dell’aiuto di persone le quali scelgono di investire liberamente in un progetto, in cui credono o da cui si sentono ispirati.

Si tratta di una forma di finanziamento veloce in quanto viene veicolato attraverso il web, dove l’informazione si diffonde rapidamente, basato sui principi di sharing economy. Negli ultimi anni, quindi, alle fonti tradizionali di finanza si stanno sostituendo forme alternative, come il Crowdfunding.  Soltanto nell’ultimo anno questa forma di finanziamento ha raggiunto i 112,5 milioni di euro, partendo da appena 65 milioni nel 2015.   Soprattutto grazie alla consistente crescita del comparto regolamentato, un Trend incentivato, quindi, anche dall’entrata in vigore del nuovo regolamento Consob, che ha allargato a tutte le piccole e medie imprese italiane la possibilità di raccogliere capitali attraverso l’equity crowdfunding (possibilità prima limitata a startup e a Pmi innovative).

L’ascesa del Crowdfunding è sintomo e rappresentanza di un forte cambiamento che sta caratterizzando anche il mondo bancario.

Nonostante i numeri siano positivi resta alla base un problema di conoscenza. Le forme innovative sono il risultato di un mondo in continua evoluzione e cambiamento, ma per trarre vantaggio dalle innovazioni è necessario essere costantemente aggiornati. La Consulting for innovation, per facilitare il percorso di avvicinamento tra banche e imprese, utilizza anche approcci innovativi, grazie al suo pool di professionisti specializzati, mediante strumenti come crowdfunding, peertopeer, landing, alternativi al sistema creditizio tradizionale.

 

 

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2019-01-31/il-crowdfunding-raddoppia-un-anno-e-arriva-245-milioni-143248.shtml?uuid=AFDiUmD

iL SOLE 24 ORE

 

 

Gli “Indicatori della crisi”: l’art. 13 del nuovo Codice sulla crisi d’impresa e l’insolvenza

 

 

Massimo Talone ODCEC di Milano

Già in miei diversi interventi, da ultimo quello postato l’8 dicembre 2018, avevo affrontato “l’annoso problema” degli “indicatori della crisi” previsti dall’art. 13 del nuovo Codice sulla crisi d’impresa e l’insolvenza di prossima pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (le ultime indiscrezioni parlano della prima settimana di marzo per una banale carenza di spazio tipografico). Ingarbugliato problema esegetico, la definizione di questi “indicatori” e degli “indici segnaletici” che ne dovrebbero costituire lo strumento quantitativo di misurazione, stanno producendo, tra gli addetti ai lavori e cultori della materia, le più stravaganti e fantasiose proposte operative: da “alberi decisionali” (privi però di ogni stima su base probabilistica e quindi strutturati su base meramente euristica) alla più svariata pletora di indici di bilancio la cui significatività, in termini discriminanti dell’evento insolvenza, è paragonabile alle viscere d’agnello utilizzate nell’antica Roma per anticipare infausti presagi. Mi trovo quindi costretto, ahimè, ha ritornare in argomento per fare chiarezza su un punto di fondamentale importanza nei processi di diagnosi e monitoraggio del rischio d’insolvenza (attività di controllo a cura degli organi amministrativi) e nella correlata procedure d’allerta interna (attività di monitoraggio a cura degli organi di controllo). Bisogna certamente convenire che il tenore dell’articolo 13 del decreto appare oggettivamente infelice nella sua costruzione letterale e fonte di un’interpretazione forviante, soprattutto da parte di un pubblico di non esperti. Il richiamo infatti, nell’ambito della procedura di allerta interna, ad “appositi indici che diano evidenza della sostenibilità del debito per almeno sei mesi e della continuità aziendale per l’esercizio in corso …” contraddice in termini la loro finalità che, per espressa indicazione della legge delega (art. 4 primo comma legge n. 155/2017) è quella di“incentivare l’emersione anticipata della crisi” attraverso il tempestivo riscontro di “un significativo aumento della probabilità di futura insolvenza”. In realtà, l’interpretazione sostanziale della norma è quella di adottare appositi indici segnaletici (contabili, extra contabili ed andamentali) che diano evidenza della scarsa sostenibilità dei debiti per “almeno i sei mesi successivi” (nel senso che, per periodi temporali inferiori ai sei mesi consecutivi, le situazioni di illiquidità sono considerate fisiologiche e transitorie) e delle incerte prospettive di continuità aziendale (nel senso che al momento della valutazione deve persistere una ragionevole attesa di continuità aziendale se pur con bassa probabilità). In realtà, aldilà del tenore della norma, la questione esegetica e di facile e banale soluzione. È lo stesso legislatore, infatti, che, nell’esplicitare all’art. 2 i principi generali della legge delega, definisce con chiarezza ed in modo inconfutabile quale debba essere l’unico indicatore significativo della crisi d’impresa: la probabilità di futura insolvenza. La procedura di allerta deve quindi inevitabilmente attivarsi (si ripete, prima per iniziativa degli amministratori e poi eventualmente degli organi di controllo) solo quando la probabilità d’insolvenza (calcolata, come si dirà in seguito, su base forward- looking) subisce un significativo aumento tale da superare la “soglia l’allerta” definita a priori con apposito regolamento interno o stabilita nel piano aziendale (è la risk tollerance nel Risk Appetite Framework che deve costituire parte integrante del piano aziendale). È quindi la PD (Probability of Default) ovvero la probabilità di futura insolvenza e non altre misure che deve esprimere in modo sintetico ed univoco il rischio d’insolvenza. Il problema allora è stabilire in termini operativi: a) Quali e quante informazioni utilizzare dal punto di vist c) Conseguentemente, quale evento futuro considerare e come definirlo puntualmente ovvero insolvenza giudiziaria, insolvenza bancaria, interruzione di continuità aziendale, partendo dal presupposto che si tratta di eventi diversi con scadenze temporali diverse. d) Quale metrica temporale considerare: mono-periodale o multi-periodale e quale intervallo temporale utilizzare: semestre, anno, triennio, quinquennio. Problemi di risk management non banali ma neanche insormontabili (ovviamente, per chi ne conosca la logica). Risolto in questi termini il problema, la definizione dei “famigerati” indici a cui pure il legislatore fa riferimento “suggerendone” tre considerati particolarmente significativi (oneri finanziari/ flussi di cassa, capitale di rischio/posizione finanziaria netta e giorni di ritardato pagamento), costituisce null’altro che un “di cuius” del più generale problema della stima della probabilità di futura d’insolvenza calcolata quindi su base forward-looking (significa che le informazioni e quindi i correlati indici significativi devono essere calcolati su base prospettica e non solo storica come accade nei sistemi di rating interni delle banche). Ma il legislatore non si limita a definire la misura della “funzione obiettivo” dei sistemi di monitoraggio del rischio d’insolvenza e della correlata procedura d’allerta. Esso pone al valutatore (amministratore, sindaco o revisore che sia) un “vincolo” di breve periodo costituito dalla verifica forward-looking, oltre un orizzonte temporale futuro di sei mesi (considerato limite di possibile temporanea illiquidità) del ripristino della piena sostenibilità finanziaria. Quest’ultima intesa quale capacità dei flussi di cassa operativi attesi di coprire, nell’intervallo temporale considerato, gli impegni finanziari inderogabili, per definizione, derivanti dal servizio del debito finanziario ed erariale. Se quindi il mantenimento al disotto della soglia di tolleranza della probabilità d’insolvenza è sicuramente indicatore di continuità aziendale, la periodica verifica della sostenibilità finanziaria nel breve periodo (misurabile ad esempio attraverso il DSCR – Debt Service Coverage Ratio) è indicatore di capacità di rimborso del debito finanziario ed erariale. Come si traducono tutte queste prescrizioni normative in termini di concreti protocolli operativi (presumibilmente, formalizzati in un regolamento interno)? a) In primis, le aziende dovranno introdurre idonee procedure di pianificazione, controllo e monitoraggio del rischio d’insolvenza. Il documento sociale che formalmente ne esprime il contenuto è il piano aziendale che quindi diventa documento indispensabile per la tempestiva e precoce rilevazione dello stato di crisi ed esimente di responsabilità per amministratori, sindaci e revisori. Il piano aziendale dovrà anche contenere il sistema degli obiettivi di rischi accettabili (RAF) compreso, la soglia di rischio d’insolvenza tollerabile. b) A cura degli organi di controllo, periodicamente, dovrà essere effettuata il monitoraggio, su base backward-looking e reattiva, delle anomalie rilevanti (trigger event) attraverso la procedura dell’adeguata verifica (vedi Quaderno SAF n. 71) nell’ambito delle procedure di allerta interna (Early Warning System). c) A cura degli amministratori dovrà essere effettuata periodicamente, almeno su base semestrale, il programma di valutazione del rischio d’insolvenza (diagnosi del rischio a breve e outlook a 3 anni) su base proattiva e forward-looking. d) Il caso di significativo aumento della probabilità d’insolvenza oltre la soglia di tolleranza (risk tolerance indicata nel piano aziendale) ovvero anche qualora si dovesse verificare una situazione di non sostenibilità finanziaria oltre i sei mesi, dovrebbe essere attivata la procedura d’allerta ed attivate le idonee misure correttive (action plan). e) In caso di perdurare delle situazioni di squilibrio finanziario e/o illiquidità, gli amministratori dovranno attivare senza indugio, su input degli organi di controllo (revisori e sindaci), la procedura di recovery planning (piano di risanamento) e implementare le relative azioni di risanamento (recovery action). Da ultimo, un richiamo implicito a predisporre preventivamente un piano di risanamento(della serie, preparalo e tienilo nel cassetto) e relative misure correttive da attivare in caso di allerta e ricorso alle procedure di composizione assistita della crisi. Il piano dovrebbe essere predisposto sulla base di uno stress test ovvero di una simulazione economicofinanziaria definita sulla base di uno scenario di worst case (personalmente, consiglio di valutare uno scenario costruito su base endogena utilizzando, quale ipotesi base, un valore dei ricavi di vendita pari al break-even point di tesoreria). L’articolo 17 del Codice infatti stabilisce un termine estremamente limitato per trovare una soluzione concordata con i creditori. Tre mesi prorogabili di ulteriori tre mesi solo in caso di positivo riscontro delle trattative con le controparti. Oltre tale termine, la partita passa al pubblico ministero che, verificata la sussistenza degli elementi concordati indicatori dello stato d’insolvenza, avvia l’istanza di liquidazione giudiziaria (tradotto, il fallimento).

 

Consulting for innovation attraverso la sua ampia e ramificata rete di professionisti, fornisce supporto alle imprese in crisi nel possibile percorso di riattivazione della capacità dell’impresa di produrre adeguati flussi reddituali e finanziari, analizza la situazione dei clienti e, successivamente, verifica l’eventuale applicazione dei principali strumenti per risolvere le situazioni di crisi d’impresa.

 

Fonte https://www.linkedin.com/pulse/gli-indicatori-della-crisi-come-va-correttamente-sul-piano-talone/

9 febbraio 2019

 

L’abbuffata di NPL finisce nel caos, i fondi iniziano a cedere i crediti

Quando le vite umane si confondono con la merce capita che nessuno si accorga di avere acquistato la storia di una famiglia. Così, mentre chi ha un problema con un debito non pagato spesso non dorme la notte, capita che chi quel debito lo ha acquistato non sappia di averlo e non si rende nemmeno conto di quanta sofferenza crei la mercificazione delle vite umane, che il mercato dei così detti NPL ha creato. Non sarebbe stato meglio per tutti, consentire agli stessi debitori di acquistare con diritto di prelazione i propri debiti, agli stessi prezzi stracciati ai quali circolano tra operatori finanziari gli NPL? Almeno per le prime case le regole della finanza avrebbero dovuto cedere il passo a quelle del buon senso e dell’umana ragione. Umana ragione di cui però allo stato non si rinviene traccia nell’attuale modo di gestire il problema degli NPL.

 

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2019-02-10/npl-rischio-bolla-il-mercato-crediti-deteriorati-132035_PRV.shtml?uuid=AF4lfMK

Scritto da: Morya Longo

su:  il SOLE 24 ORE

Debitori che non trovano nessuno con cui parlare. Nemmeno quando (sembra strano ma capita) vorrebbero pagare. Giudici che estinguono le esecuzioni immobiliari perché chi gestisce i crediti in sofferenza non paga i contributi dovuti. Saranno casi limite, segnalati al «Sole 24 Ore», ma basta parlare con chiunque abbia a che fare con il mondo dei crediti in sofferenza per rendersi conto che un problema esiste eccome: le banche hanno venduto grandi quantità di Npl (oltre 100 miliardi in pochi anni), ma i soggetti che li hanno comprati troppo spesso non sono dotati di strutture adeguate per gestirli. Gli istituti di credito avranno insomma alleggerito i loro bilanci, ma il nodo dei crediti deteriorati è tutt’altro che sciolto. È stato solo spostato. E considerando che dietro i crediti in sofferenza (chiamati freddamente Npl) ci sono famiglie, imprese e persone, qualche domanda bisogna porsela: questa massa di prestiti deteriorati è davvero finita in buone mani?

Bastano pochi numeri, elaborati dal Sole 24 Ore, per farsi venire qualche dubbio: i primi sette servicer non bancari che operano in Italia (si chiamano così le società che materialmente lavorano sul recupero dei crediti deteriorati per conto degli investitori che li hanno comprati dalle banche) da fine 2016 a fine 2018 hanno visto crescere il carico di lavoro del 73%, ma hanno aumentato l’organico solo del 21%. Hanno cioè quasi raddoppiato gli Npl da gestire (da 139 miliardi a fine 2016 a 241 a fine 2018), ma hanno solo lievemente incrementato il personale incaricato di farlo. Questo spinge i servicer da un lato a rendere più automatiche, veloci e dozzinali le procedure legali (precetti e azioni legali a tambur battente), dall’altro – in alcuni casi – costringe i fondi che hanno comprato gli Npl a rivendere pezzi dei loro portafogli ad altri investitori anche solo per “aggiustare” le performance finanziarie. Insomma: a fare trading di Npl.

La grande abbuffata
«The place to be». Nel luglio 2017 uno studio di Pwc definiva così l’Italia: «Il posto dove trovarsi». In effetti le banche stavano svendendo quantità enormi di crediti deteriorati e, nella fretta, erano costrette a farlo a prezzi stracciati. Così su questo mercato si sono fiondati investitori da tutto il mondo: nomi internazionali come Fortress, Pimco, Crc, Bayview, Anacap, Cerberus, Bain Capital Credit, Hoist Finance o Varde partners, ma anche le divisioni specializzate di banche d’affari, fino a investitori italiani come Algebris o la storica Banca Ifis. «La sensazione – osserva un addetto ai lavori di lungo corso che preferisce l’anonimato – è che abbia prevalso in molti di questi soggetti una logica puramente finanziaria e speculativa: si sono accaparrati più Npl possibile, senza preoccuparsi davvero di come gestirli».

Una volta comprati i pacchetti di crediti deteriorati, questi investitori li hanno dati ai servicer (talvolta di loro proprietà, comprati anche insieme agli Npl dalle banche, talvolta su mandato) per l’attività vera e propria di recupero crediti. Il problema è che i servicer si sono trovati all’improvviso masse enormi da gestire. E incrementare il personale non è facile. Cerved, secondo maggiore in Italia, a fine 2016 gestiva 15,5 miliardi di Npl con 813 persone. Oggi gestisce 41 miliardi di Npl (quasi il triplo), ma il personale è aumentato solo a 1.230. Do Bank, numero uno in Italia nel settore ormai unito a Italfondiario, ha mantenuto le masse stabili (intorno agli 80 miliardi), ma ha ridotto il personale da 3.800 del 2016 a 3mila unità oggi. Credito Fondiario (che svolge anche il ruolo di master servicer) ha aumentato gli Npl da 6,7 a oltre 50 miliardi, con il personale passato da 110 a 250. Ovvio che queste società, e tutte quelle del settore, puntano sull’efficienza e sulla tecnologia. Ma qualche problema di “sottocapacità” – soprattutto nei soggetti più piccoli e in quelli più giovani – rischia di esistere.

«Non tutti i servicer hanno le spalle abbastanza larghe per investire in personale e tecnologia per gestire portafogli aumentati così velocemente», conferma Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved Credit management. «Il personale necessario dipende dal tipo di crediti – precisa Guido Lombardo, Chief Investment Officer di Credito Fondiario -. Alcune società hanno fatto crescere la struttura con attenzione e con gli strumenti informatici adeguati, mentre credo che altre abbiano fatto il passo più lungo della gamba». «Il problema principale è tecnologico – aggiunge Antonella Pagano, Business Development Director Intrum Italy -. Per gestire Npl serve un’infrastruttura hi tech adeguata per caricare i documenti». Il punto è proprio questo: tutti cercano sinergie ed efficienze, ma non tutti ci riescono. Alcuni servicer affidano ad ogni singolo gestore anche centinaia di debitori morosi, rendendo quasi impossibile dedicare attenzione a tutti.

Npl in odore di bolla?
Il problema spesso sta a monte, nella due diligence dei portafogli. Quando una banca vende Npl, i fondi interessati ad acquistare fanno fare una valutazione dei pacchetti (e dei possibili incassi futuri) ai servicer. «Questo crea un potenziale conflitto di interessi», osserva Paolo Sgritta, amministratore delegato di Sistemia. Perché induce i servicer a promettere e stimare performance ottime, sperando che il fondo compri il pacchetto e poi lo dia in gestione allo stesso servicer. «Questo ha spinto ultimamente alcuni servicer a spararla grossa», chiosa Sgritta. In effetti vari addetti ai lavori sostengono che in alcune cessioni di Npl la competizione tra i fondi si è fatta così agguerrita, che i prezzi degli Npl sono saliti. Troppo, rispetto alla qualità dei crediti.

Secondo i dati di Banca Ifis, il prezzo medio dei portafogli di crediti misti (ipotecari e chirografari) è cresciuto in Italia dal 19% del valore lordo nel 2017 al 28% nel 2018. «Soprattutto nel 2016 e 2017 abbiamo visto processi competitivi di vendita di Npl concludersi a prezzi assolutamente fuori mercato, a nostro parere – racconta Claudio Manetti, amministratore delegato di Fire -. Questo ha, per così dire, “dopato” questo tipo di transazioni». Tanti fondi hanno avuto la “smania” di comprare Npl per aumentare le masse, per crescere velocemente. Perché l’Italia era il «posto dove stare». Ma presto o tardi i nodi della grande abbuffata di Npl rischiano di venire al pettine: «I fondi sono venuti in Italia con aspettative di grandi guadagni, ma credo che non per tutti sarà così», chiosa un top manager del settore. Come, del resto, è avvenuto in passato.

Il mercato delle figurine
E qui casca l’asino. Nel mezzo di questo banchetto, è possibile che qualcuno abbia la tentazione di “aggiustare” le performance finanziarie dei portafogli vendendone alcune parti. Insomma: facendo trading di Npl. «Con la vendita di qualche pacchetto si migliora la performance finanziaria dell’intero portafoglio», ammette il numero uno di un servicer. È forse anche per questo che si sta sviluppando un mercato “secondario” di crediti in sofferenza: un mercato dove a vendere non sono più le banche, ma gli stessi fondi che dalle banche hanno comprato. Secondo i dati di Banca Ifis, nel 2015 e 2016 il mercato secondario produsse il 31% e il 51% delle compravendite totali di Npl. Nel 2017 e 2018, a causa di una gigantesca attività di vendita da parte delle banche, il mercato secondario è calato al 4% e al 2% del totale. Ma nel 2019 si stima una forte ripresa: al 39% secondo Banca Ifis. Insomma: quasi una vendita di Npl su due quest’anno non sarà effettuata da banche, ma da investitori che “rigirano” Npl ad altri investitori. Come figurine.

Bene inteso: che ci sia un mercato secondario di Npl è normale. Chi acquista portafogli misti di Npl spesso preferisce vendere alcune specifiche porzioni a chi è più specializzato in nicchie di mercato. Ma a volte la sensazione – diffusa tra gli addetti ai lavori – è che lo spirito sia un altro. Insomma: che ci sia semplicemente la voglia di “aggiustare” le performance o di fare facili utili con il “trading” di Npl.

Il mercato secondario è così opaco che è difficile capire chi abbia fatto qualcosa del genere. Certo è che alcune operazioni non sono passate inosservate tra gli addetti ai lavori. Per esempio quella di Crc e Bayview: prima hanno comprato (con una certa leva, si dice) alcuni pacchetti di Npl, poi hanno iniziato a rivenderli. Nel 2018 hanno ceduto un pacchetto di 425 milioni e nel 2019 hanno messo in vendita un altro pacchetto da 2 miliardi. Il tutto nel giro di pochi anni. In vendita ci sono poi 6 miliardi di Npl di Dgad International (del gruppo Credit Agricole). Il fondo Anacap ha invece deciso di cambiare servicer, passando a Sistemia, perché il precedente (quale sia è difficile capirlo) non stava garantendo le performance adeguate. Ma anche la stessa Banca Ifis è molto attiva sul mercato secondario, con ingenti cessioni di Npl talvolta alla fine dell’anno. «Si tratta di “code” di pacchetti che non lavoriamo più», spiegano da Banca Ifis. In fin dei conti, resta una domanda: che impatto avrà tutto questo sulle famiglie e le imprese che stanno dietro gli Npl? È difficile prevederlo. Certo è che maggiore trasparenza (e vigilanza) in questo settore non guasterebbe.