Da Industria ad Impresa 4.0

Gli attuali cambiamenti nello scenario economico e tecnologico sono tali e di tale portata da rappresentare una vera e propria Rivoluzione; una rivoluzione che interessa tutti gli attori nello scenario geopolitico internazionale globalizzato e che comporta conseguenze sia in termini di prospettive per la crescita a medio e lungo termine, sia sulla qualità della vita di ciascuno di noi e il relativo benessere nelle condizioni di vita e di lavoro che per l’occupazione o anche solo per le ripercussioni sul piano socio-culturale.

Le ripercussioni del cambiamento in atto si stanno avvertendo e si avvertiranno sempre di più nel campo imprenditoriale che è chiamato a rinnovarsi radicalmente, nel sistema finanziario e nel ruolo giocato dagli investitori, nelle infrastrutture tecnologiche innovative, nel Retail e nei “nuovi modelli di consumo”, nel Manufacturing, nell’ “ecosistema energetico” del futuro, nel campo dei Big Data e dell’Intelligenza artificiale, per quanto concerne le competenze professionali di domani, nel sistema formativo ed educativo soprattutto per quanto concerne l’istruzione tecnica. Per l’Industria e anche di più per l’Impresa di oggi e di domani i driver del cambiamento sono e saranno scuola e PA.

Quello che stiamo vivendo è un momento cruciale soprattutto per il nostro Paese, che si trova in momento particolarmente delicato delle sue condizioni di sviluppo e di crescita economica, che deve fare i conti con una cronicizzata impasse del digitale a cui da anni si cerca di ovviare (è recentissima, contenuta in un emendamento del Decreto semplificazioni appena approvato, la decisione di conferire i poteri e le funzioni per l’innovazione digitale del nostro Paese dal 2020 al Premier o a un Ministro da questo delegato. In questo modo si vogliono arginare anni di cattiva gestione del digitale) e nell’inadeguatezza delle Infrastrutture tecnologiche, ma anche solo “fisiche”, che siano in grado di reggere la Digital transformation, deve misurarsi con la mancanza di competenze professionali e tecniche in grado sia di guidare la Governance della trasformazione che di attuare il cambiamento nei vari passaggi. E’, soprattutto, un ritardo culturale e in termini di Know how digitale che in Italia dovrà essere colmato, promuovendo la diffusione delle conoscenze tecnologiche ad ogni livello: scuola, industria, impresa e pubblica amministrazione, promuovendo in primo luogo nel sistema educativo l’interesse dei giovani verso la conoscenza e l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali

Quello che occorre, in definitiva, è di investire a livello di sistema e di imprese nelle infrastrutture e nelle tecnologie destinate all’economia digitale fondamentali per la competitività della nostra economia. Stando agli ultimi dati ISTAT la trasformazione digitale delle imprese non è più percepita come un rischio (78% della popolazione italiana vede nella digitalizzazione soprattutto effetti positivi per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro e la produzione). La digitalizzazione ha effetti positivi anche per la percezione del proprio sviluppo lavorativo da parte dei lavoratori: per il 72%. Stando sempre ai dati ISTAT gli investimenti nel digitale per le imprese stanno aumentando con particolare riguardo per quanto riguarda la sicurezza informatica: 45% e per le applicazioni web e mobili: 28%. L’importo della spesa in piattaforme cloud sta registrando un andamento al rialzo con il 7% sul totale della spesa in Ict che è quasi il doppio della media dell’Unione Europea. Il neo del panorama complessivo, che, tutto sommato, registra un andamento soddisfacente, è il livello di digitalizzazione che risulta ancora basso per quanto riguarda le aziende sia nelle piccole che nelle medie e grandi. Solo nel 48% del campione il livello di digitalizzazione può considerarsi alto o molto alto per le grandi, mentre per le Pmi il livello di digitalizzazione va da basso a molto basso nell’89% dei casi.

La svolta in corso al MISE, la nuova Strategia Digitale va dall’allargamento di aziende “Industry 4.0” alla ridefinizione di una nuova gerarchia di priorità che destina maggiore attenzione alle Pmi, favorisce la creazione di Reti aperte di Imprese, agevola l’acquisizione di nuove competenze con la promozione di offerta formativa adeguata che va ad essere potenziata e rafforzata, semplificando le procedure burocratiche che sono snellite. E’ in atto una Strategia innovativa che punta sugli investimenti in 5G, Blockchain, Fintech, Intelligenza Artificiale.

Stando ai dati dell’ultimo Rapporto ISTAT, “Impresa 4.0”  si può dire che stia funzionando, la linea del Governo è di agevolare l’accesso a quelle misure che hanno avuto successo nelle diverse realtà produttive, puntando soprattutto su quegli strumenti che hanno trovato più riscontro e migliorandone l’accesso.

Si vorrebbe realizzare un “umanesimo digitale”, accompagnando le Pmi nel processo di trasformazione digitale. Una digitalizzazione che metta “al centro l’uomo” creando un nuovo modello di Società che “consideri la Rivoluzione digitale e innovazioni della IV Rivoluzione industriale compiute solo se estese a tutte le dimensioni e sfere della Società” per dare un contributo tangibile al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di ognuno di noi. Una trasformazione digitale che abbia come fine la creazione di una “società intelligente”.

 

-Gli strumenti e i grandi vantaggi che le imprese possono utilizzare da Industria 4.0

– gli effetti della digitalizzazione sul mercato alcuni scenari rivoluzionari che danno un nuovo volto al mondo delle imprese e del lavoro

-l’importanza della formazione e dell’informazione indispensabili per capire e anticipare i nuovi scenari

Consulting for Innovation convinta che questi strumenti siano attuali e importanti, per favorire un processo di crescita per l’impresa, attenziona e approfondisce quotidianamente questi argomenti. Attraverso la sua rete di consulenti commerciali e professionisti esperti specializzati in questi settori mette a disposizione degli imprenditori queste informazioni per diminuire il divario di conoscenza , ancora oggi presente, tra l’impresa e queste realtà.

 

Pubblicato il 29/01/2019

da Marzia del Porto

su FUTURO EUROPA

Pmi, il crowdfunding si affianca ai minibond

Dalle pieghe della Manovra appena approvata dal Parlamento italiano spunta un’alternativa per tutte le piccole e medie imprese italiane che cercano l’accesso al mercato dei capitali attraverso strumenti di debito. La Legge di bilancio 2019 estende infatti il crowdfunding – la raccolta di capitali via web attraverso piattaforme che facilitano l’incontro fra domanda e offerta di finanziamento – alle obbligazioni o ad altri strumenti di debito, oltre che alle emissioni di azioni come già possibile.

Quella che sulla carta rappresenta in teoria un’opportunità in più per chi è a caccia di finanziamenti in un momento non certo semplice sui mercati porta però con sé una serie di dubbi che saranno in parte affrontati e risolti anche dalla Consob, già all’opera per preparare un regolamento che dovrebbe vedere la luce nelle prossime settimane. Primo fra tutti la possibile sovrapposizione con i Mini-bond: strumenti in teoria rivolti alla stessa platea di emittenti che, dopo un avvio difficoltoso, sembrano finalmente aver trovato la propria strada.

Arriva il crowdfunding dedicato alle piccole e medie imprese

La questione rischia in questo caso di essere legata al tipo di adempimenti e di documentazione che il regolatore intenderà richiedere in caso di ammissione e negoziazione del nuovo strumento sul mercato: dovesse essere più snella rispetto ai requisiti già semplificati applicati ai Mini-bond gli emittenti potrebbero essere incentivati a dirigersi verso i portali di crowdfunding. L’idea generale fra gli addetti ai lavori resta però che più di uno strumento alternativo, l’intervento miri a creare una vera e propria forma di mercato differente, in grado di svilupparsi in parallelo a quelli esistenti, Mini-bond compresi: «È probabile che il portale online verrà inteso come un canale di vendita ulteriore, ma che per il resto la documentazione e la maggior parte dei soggetti generalmente coinvolti in questo tipo di vendite resteranno invariati, anche se tutto ciò dovrà trovare conferma nella prassi che si svilupperà attorno alla nuova piattaforma», conferma Alessandra Pala, counsel del dipartimento International Capital Markets di Allen & Overy.

Sotto l’aspetto dei soggetti coinvolti, le modifiche approvate con la Finanziaria restringono peraltro l’accesso agli strumenti di debito ai soli investitori professionali. Una decisione questa che fa discutere, perché se da una parte stride con il principio letterale del crowdfunding di prodotto legato alla «folla», dall’altra solleva più di un dubbio sull’accoglienza da parte dei soggetti qualificati «i quali – avverte Pala – sono soliti utilizzare canali differenti e in particolare avvalersi di advisor finanziari che ne assecondano esigenze e preferenze». La Consob ha per la verità la possibilità di estendere il bond crowdfunding a «particolari categorie di investitori» da lei individuate, ma appare decisamente improbabile un’apertura al retail (gli stessi Mini-bond sono del resto destinati a un pubblico professionale e qualificato), mentre non è in teoria da escludere l’accesso in qualche forma a soggetti intermedi, quale il tipico cliente del private banking.

Se il crowdfunding incontra i fondi europei

Altre questioni da risolvere riguardano il possibile ruolo nel caso di successiva quotazione dei nuovi strumenti riservato a ExtraMot Pro, il mercato di Borsa italiana che già ospita anche i Mini-bond, oltre a quello di Monte Titoli nell’eventuale gestione accentrata delle emissioni. Il tema, occorre inoltre ricordare, si inserisce in un contesto di armonizzazione a livello europeo inquadrato nella Capital Markets Union. Sul crowdfunding è infatti al momento allo studio una proposta di regolamento da parte della Commissione Ue che introdurrebbe una nuova disciplina da aggiungere al regime nazionale e utilizzabile in via alternativa a quest’ultimo. L’obiettivo è di creare una sorta di «passaporto», in modo da agevolare la concessione di prestiti e il collocamento di valori mobiliari (categoria più ampia dell’attuale equity già presente in Italia) tramite portali che si dovranno iscrivere su un registro curato dall’Esma, l’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati. E di portare la raccolta di denaro tramite web, se non proprio ai vertici irraggiungibili degli Stati Uniti, almeno su livelli di un certo significato. Se si guardano ai dati più recenti raccolti dal Politecnico di Milano, in Italia il crowdfunding in tutte le sue diverse declinazioni (equityrewardbasedcrowdfunding e sociallending) è stato in grado di raccogliere poco meno di 37 milioni di euro nell’intero 2017 e 46 milioni nei primi sei mesi dello scorso anno: le proverbiali «briciole», anche se paragonate agli oltre 1,8 miliardi emessi negli stessi 18 mesi attraverso Mini-bond.

 

Nella Legge di bilancio 2019 troviamo una Manovra, approvata dal Parlamento Italiano, che riguarda un’alternativa importante per le piccole e medie imprese italiane interessate all’accesso al mercato dei capitali. Il futuro delle Pmi inizia a delinearsi in modo molto chiaro anche qui in Italia. Da strumento innovativo di Finanza Alternativa sembra che, il crowdfunding lo si voglia far diventare una vera e propria forma di mercato, portando la raccolta di denaro tramite web a livelli rilevanti, come lo è già negli Stati Uniti. La Consulting for innovation, per facilitare il percorso di avvicinamento tra banche e imprese, utilizza anche approcci innovativi mediante strumenti come crowdfundingpeertopeerlanding, alternativi al sistema creditizio tradizionale.

 

Pubblicato il 28/01/2019

Scritto da: Maximilliano Cellino

Dal: SOLE 24 ORE

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2019-01-25/pmi-crowdfunding-si-affianca-minibond-195623.shtml?uuid=AEZo9vLH

 

CFI: Il nostro pensiero, la nostra operatività, il nostro sostegno. Tutte le ultime novità sulla Legge del Sovraindebitamento (legge 3/2012)

La Legge 3/2012 con le ultime modifiche inserite nella nuova Manovra Finanziaria 2019, approvata dal governo, rappresenta un valido ed eccezionale strumento per tutte quelle persone, giuridiche  e fisiche, per poter risolvere la propria situazione debitoria. Anche in quei casi dove il debitore non ha nessuna disponibilità per poter pagare.

Questa possibilità viene concessa al debitore una sola volta per la sua esdebitazione.

Tanti e importanti sono gli interventi apportati nella nuova Legge di Bilancio 2019.

I punti chiave:

  • Estensione anche ai soci
  • Accesso alla esdebitazione, anche senza alcuna possibilità economica da parte del venditore
  • PROCEDURA FAMILIARE  E’ concessa a tutti i membri della stessa famiglia la facoltà di presentare un unico progetto di risoluzione della crisi
  • Tutti i debiti nei confronti dello Stato possono essere estinti con solo il 10% dell’intero ammontare

 

La Consulting for Innovation è fortemente impegnata a diffondere la conoscenza di tutti gli strumenti che interessano la Legge 3/2012 attraverso incontri, meeting, dibattiti. Ma il lavoro più importante lo svolge attraverso la sua importante rete di consulenti commerciali, che ogni giorno sono impegnati ad individuare tutte quelle persone che necessitano di questi strumenti, mettendo loro a disposizione una consulenza commerciale gratuita.

 

 

Fonte Articolo I Focus del Sole 24 ore

La Riforma Fallimentare Legge 155

Oggi vi voglio parlare di quello che è successo il 10 gennaio del 2019.

La settimana scorsa è accaduta una rivoluzione copernicana: molti di noi si stanno occupando della fatturazione elettronica, che è una cosa marginale e insignificante rispetto alla portata di questo provvedimento legislativo. E’ stato infatti approvato il decreto legislativo che attua la riforma della crisi e delle insolvenze. Il codice delle crisi dell’insolvenza era stato introdotto con la legge 155 del 2017, con il quale era stata abolita la parola fallimento e sostituita con la procedura di liquidazione giudiziale. Ora viene introdotta l’allerta precoce “early warning”, cioè nel nostro ordinamento i revisori contabili, gli amministratori in nota integrativa e comunque chi ha interessi giuridici all’impresa dentro l’impresa, deve allertare e deve segnalare il suo stato di difficoltà.

Ovviamente questo è compensato da alcuni vantaggi.

Per esempio l’imprenditore non avrà responsabilità civili e penali. Inoltre nella riforma sono stati anche abbassati i limiti dell’obbligatorietà del revisore contabile a 2 milioni di ricavi, che sono 2 milioni di capitale investito (quindi totale dell’attivo) e una media di dieci dipendenti impiegati: basta superare un solo limite per due esercizi e c’è bisogno del revisore. Il fulcro, a mio parere, di tutta la riforma dell’articolo 13, è che quest’ultimo introduce alcuni concetti che è bene che ognuno di noi inizi a metabolizzare.

Sono il concetto di sostenibilità del debito e di continuità aziendale.

L’amministratore o il revisore debbono periodicamente valutare la consistenza dell’azienda in ragione della sua possibilità di sostenere il debito nei sei mesi futuri.  In ragione della sua continuità, della possibilità della continuazione nei prossimi sei mesi, bisognerà quindi misurare se nei sei mesi futuri l’azienda ha la possibilità di continuare la sua attività e soprattutto se ha la possibilità di sostenere il debito, come dice l’articolo 13, con “appropriati indici”. Attenzione che la norma non dice quali sono gli indici che si debbono utilizzare, non dice quali sono i benchmark che bisogna utilizzare, ma dice che bisogna usare degli “appropriati indici”. Viene, inoltre, delegato al Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti la possibilità di elaborare degli indici. Quindi il sistema di misurazione di KPI “key performance indicator” deve dare un’unica indicazione.

Ora c’è un grande problema: i prossimi sei mesi si riferiscono al futuro e non al passato, quindi come fa un soggetto a valutare i flussi futuri, a valutare la sostenibilità futura se non fa una stima?

E questa stima è soggettiva, quindi ritorniamo a questo problema. L’unico strumento scientificamente provato che esiste al mondo capace di misurare la sostenibilità del debito dei prossimi sei mesi e soprattutto la continuità aziendale è la Balanced Scorecard di Kaplan e Norton. Quindi in tribunale, quando uno dovrà dimostrare di aver fatto una misurazione scientifica, avrà a disposizione uno strumento che afferma in maniera precisa:

“l’azienda non innova, non forma i propri dipendenti, non ha un clima aziendale positivo, non avrà flussi di cassa…” (perché da queste cose dipendono dalle scelte future dell’imprenditore e non dai bilanci vecchi).

Ecco, occorre uno strumento scientifico che misuri la capacità dell’azienda di fare scelte strategiche, che consentono di avere solidità aziendale di settimana in settimana. Perciò, ripeto, l’unico strumento è la Balanced Scorecard di Kaplan e Norton. La Balanced Scorecard di Kaplan e Norton è scientificamente provato che misura la capacità dell’azienda di sostenere l’equilibrio finanziario ma soprattutto di sostenere il suo sviluppo in futuro.

Il Cruscotto di Controllo che noi proponiamo, è una Balanced Scorecard, quindi è a tutti gli effetti lo strumento che permette al revisore, che permette all’azienda di sapere se la sua situazione è sostenibile oppure no.

Attenzione perché ci sono 18 mesi di tempo passati i quali chi non ha rispettato questo limite, chi non ha una situazione che permette nei 6 mesi futuri di sostenere l’equilibrio finanziario e di avere continuità, deve allertare all’organismo di composizione della crisi del registro imprese. Attenzione l’allerta è anonima e quando l’imprenditore allerta, deve presentare anche un piano di ristrutturazione che in sei mesi dovrebbe riportare l’azienda all’interno dei limiti tollerati. Quindi c’è tutto un lavoro enorme per commercialisti, per revisori contabili, per i consulenti aziendali che riguarda questo aspetto.

Quindi dovremmo affiancare come advisor l’imprenditore che allerta, dovremmo fare un piano, dovremo vigilare che questo piano poi vada nella direzione che è stata individuata.

Vi invito anche a contattarmi, a dibattere con me su questo aspetto perché è veramente cambiato il mondo! Si aprono delle prospettive straordinarie per la consulenza aziendale: finalmente si mette al centro dell’attività professionale la consulenza aziendale e non la consulenza fiscale ed inoltre c’è la possibilità di utilizzare uno strumento come la Balanced Scorecard – il Cruscotto di Controllo, che permette anche a noi consulenti di aumentare la nostra redditività, di aumentare i nostri utili, ma soprattutto di svolgere finalmente in maniera compiuta quel ruolo sociale che deve essere tipico della nostra professione. Noi diciamo cosi, siamo i templari che custodiscono il Sacro Graal, che è la continuità aziendale. Le aziende ora possono far conto sulla nostra professionalità e noi dovremmo essere bravi, dovremmo studiare, dovremo migliorarci per capire come gestire l’azienda, per misurare come l’azienda può sostenere il debito e può continuare l’attività nei prossimi sei mesi e soprattutto nei casi più disperati come riuscire a risolverlo. Proprio perché dovremmo essere bravi e preparati su questo aspetto, ho preparato questo incontro di cui tutte le informazioni trovi al link qui sotto. Parleremo diffusamente, nei due giorni che passeremo, della legge 155, delle nuove procedure. Parleremo soprattutto di come operativamente fare i piani, di come operativamente misurare. Sarà un incontro formativo sull’aspetto legale, giuridico, ma soprattutto sull’aspetto pratico.

Ovvero: domani mattina con i miei clienti come mi devo comportare?

Devo avvisarli o non devo avvisarli?

Come misuro? Quali saranno le nuove procedure interne?

È un corso fondamentale, un Master sulla gestione e prevenzione della crisi a cui non puoi assolutamente mancare.

Affrettati perché i posti sono pochi essendo molto economico e ti garantisco di contenuto molto valido e soprattutto profondo a livello professionale. Ti invito ad iscriverti immediatamente, di metterlo subito sulla tua agenda e ricordati sempre che le scelte strategiche non sono mai urgenti, e che le cose urgenti non sono mai strategiche, quindi sicuramente per queste date avrei altri impegni. Valuta tu se questi altri impegni sono strategici oppure sono semplicemente delle cose quotidiane e ricordati che la vita cambia soltanto quando fai scelte strategiche: se fai il quotidiano la tua vita non cambierà e anzi mai peggiorerà sempre. Se invece inizi a fare scelte strategiche vedrai che la tua vita inizierà a cambiare. La scelta strategica che ti propongo oggi fondamentale è di partecipare a questo Master sulla soluzione crisi. Informati qui sotto sul luogo e sulla data e sulle modalità di prenotazione, e sarò felice poi di incontrarti e anche di dibattere attorno a queste tematiche nuove, ma che hanno tanto tanto fondamento nella parte nobile della nostra professione. Se sei un professionista iscritto a qualsiasi albo che richiede la partecipazione delle formazioni obbligatorie, quindi devi rispettare l’obbligo formativo, sappi che benché questo evento non fosse riconosciuto noi rilasciamo un attestato e tramite questo attestato poi presentare un’autocertificazione al tuo ordine, e ad oggi tutti i professionisti che hanno partecipato ai miei eventi che si sono auto certificati hanno tutti ottenuto il riconoscimento della formazione. Quindi anche da questo punto di vista il tuo tempo è un tempo non perso perché comunque oltre a formarti potrai anche sfruttare queste ore per assolvere l’obbligo formativo.

Simone Brancozzi

 

I consulenti ed il pool di professionisti del settore facenti parte della CONSULTING FOR INNOVATION sono soggetti altamente qualificati nella risoluzione di controversie legate al debito, e accompagnano il cliente a intraprendere azioni che possano consentire allo stesso di riappropriarsi della vita in modo sereno.

 

 

 LINK PER INFO, DATA, LUOGO E ISCRIZIONE

http://www.ilnuovocommercialista.it/evento-bootcamp-ristrutturazione-aziende/

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=w4fq5doNUvo

Imprese italiane di successo: i segreti di chi ce l’ha fatta

Sono in totale 1632 le eccellenze italiane che sono riuscite ad avere successo nel corso degli ultimi sette anni secondo quanto rivela l’ufficio studi di banca Intesa Sanpaolo che le monitora dal 2012. Dall’analisi emerge che ci sono in Italia 588 «eccellenze» nel settore metalmeccanico, 403 nella moda, 226 nell’agroalimentare, 167 nelle materie plastiche, 163 nei mobili a arredamento, 85 in altri settori. Nel suo DataRoom, rubrica di approfondimento sul Corriere della Sera, Milena Gabanelli si chiede cosa hanno fatto queste imprese per crescere costantemente più della media. A spiegarlo Stefania Trenti, che ha curato il monitoraggio per Intesa Sanpaolo. Oltre ai leader storici del Made in Italy, ’è un gruppo di potenziali trascinatori che emerge dai distretti, le regioni produttive del Paese dove si afferma la specializzazione di un certo tipo di attività, e una connessione virtuosa tra le aziende che fanno rete sul territorio. Lo studio della banca ha preso in considerazione le aziende con un fatturato di almeno 400 mila euro e le ha osservate nel tempo registrando così un aumento del fatturato superiore al 15%, un margine lordo migliorato almeno del 5-8% fino ad un significativo certificato di buona salute, cioè il rapporto tra patrimonio netto e passività, superiore al 10%. Tuttavia a parte queste eccellenze, in generale le imprese non crescono e i motivi sono sempre gli stessi da decenni. Burocrazia perversa, troppe tasse, pochi incentivi per gli investimenti, in un contesto generale che non agevola le acquisizioni e la raccolta di risorse finanziarie. (…)  Nell’ultima manovra c’è attenzione alle piccole imprese con la flat tax, la mini-ires al 15% per chi accantona/investe/assume, oltre all’iperammortamento per chi fa investimenti tecnologici inferiori a 2,5 milioni. Si è scelto invece di cancellare l’Ace, l’incentivo fiscale che premiava il reinvestimento degli utili in azienda, spingendole ad «irrobustire» il patrimonio. Ce ne sarebbe stato ancora bisogno, visto che per il 2019 si prevede un Pil in ulteriore calo e si parla di recessione tecnica.

 

Anche le «eccellenze», che in questi anni sono riuscite a creare occupazione, potrebbero trovarsi in difficoltà. Grazie alla approfondita conoscenza del mondo dell’impresa e in virtù del know-how maturato nel corso degli anni, la Consulting for innovation propone l’obiettivo di fornire consulenza alle imprese e agli imprenditori aiutandoli nella gestione del proprio business a 360°.

 

 

Data Pubblicazione  23/ o1/ 2019,

Scritto da: Alessandra Caparello

Fonte http://www.wallstreetitalia.com/imprese-italiane-di-successo-i-segreti-di-chi-ce-lha-fatta/

 

 

 

Crowdfunding, equity scatta e triplica raccolta

L’equity crowdfunding italiano esce dal perimetro degli investimenti per ‘pochi esperti’, triplica la raccolta e, fin dall’inizio di questo nuovo anno, mostra nel nostro Paese i segni di un interesse in crescita per l’economia e l’impresa reale. Stando agli ultimi dati dell’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano su portali autorizzati Consob, al 3 gennaio 2019 l’equity crowdfunding in Italia è balzato a 36,095 milioni di euro di raccolta fondi, un numero triplo rispetto al 2017 quando si contavano 11,8 milioni di euro. Lo studio dell’Osservatorio guidato da Giancarlo Giudici rileva inoltre che il capitale di rischio totale raccolto in Italia dall’avvio della legge ammonta ormai a oltre 55 milioni di euro. Novità dell’anno che si è appena chiuso è stata anche l’importante apertura del mercato a tutte le Pmi, non solo le startup e Pmi innovative. Cresciuta poi anche la platea di investitori passati dai 3.278 del 2017 ai 9.500 del 2018. Tutto questo quadro “è il segno che l’equity crowdfunding sta passando da fenomeno di nicchia a fenomeno più allargato e con un pubblico più eterogeneo e che sta crescendo la fiducia degli investitori nell’impresa e nell’economia reale” afferma all’Adnkronos Dario Giudici, Ceo di Mamacrowd, la piattaforma che nel 2018 si è confermata prima in Italia nell’equity crowdfunding con 32 campagne chiuse con successo e 10milioni di euro raccolti.

“L’equity crowdfunding sta confermando una forte crescita nel nostro Paese, sta diventando un fenomeno sempre più di massa” perchè si sta incrementando “la ricerca di investimenti alternativi ai settori tradizionali finanziari che faticano a dare rendimento”, osserva Dario Giudici. “In Italia ci sono tanti investitori e imprenditori vicini alle imprese” ed oggi l’equity crowdfunding, la raccolta di fondi via internet del capitale di rischio, “è una porta di accesso che si è aperta e che corrisponde a investire nell’economia reale”.

Il Ceo di Mamacrowd sottolinea che inoltre che “diversamente dagli investimenti nelle aziende quotate che sono suscettibili di mille fattori e si traducono in acquisti di azioni, l’equity crowdfunding porta fondi direttamente nelle casse dell’azienda ed i numeri in crescita vogliono dire che c’è fiducia nelle capacità dell’imprenditore di utilizzare con successo i soldi investiti per far crescere l’azienda e, quindi, il valore dell’investimento”. Come Mamacrowd, ricorda il manager, “siamo partiti nel 2016 e già nel 2017 abbiamo raggiunto il primo posto per campagne e raccolta fondi. Inoltre a dicembre scorso abbiamo registrato un fortissimo incremento di iscritti con 5.500 nuovi soggetti” e “guardiamo con ottimismo anche alle stime per il 2019: nei primi 15 giorni di gennaio abbiamo registrato 2.200 nuovi iscritti e ce ne aspettiamo un totale di 7.000 entro la fine del mese”.

Il Ceo della piattaforma gestita da SiamoSoci argomenta infine che “si capirà nel breve termine” se il boom dell’equity crowdfunding “si consoliderà” nel nostro Paese. Il crowdfunding è oggi tra le forme più diffuse ed efficaci di finanziamento di progetti imprenditoriali e creativi. Consulting for innovation, per facilitare il percorso di avvicinamento tra banche e imprese, utilizza anche approcci innovativi mediante l’utilizzo di strumenti come crowfundingpeertopeer, landing, alternativi al sistema creditizio tradizionale.

 

 

Data Pubblicazione: 15/01/2019

Scritto da: Andreana D’aquino

Fonte https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2019/01/15/crowdfunding-equity-scatta-triplica-raccolta_8kojsoZgrbzqulGMj6NBtK.html?refresh_ce

Dalla Bce arriva un regalo per i debitori vessati dalle banche. Ecco come approfittarne

Ci si preoccupa giustamente per il futuro delle banche, ma nessuno esulta per il regalo – consegnato indirettamente (e forse inconsapevolmente) – ai cittadini o imprese, che finora (e da ora) non hanno potuto restituire i soldi ricevuti in prestito dalle banche. Le quali, però, hanno perpetrato abusi (usura, anatocismo e altre irregolarità) nei loro confronti.

 

La lettera inviata, infatti, dalla Bce a Monte Paschi Siena (e a tante altre banche) ha imposto agli istituti di credito di aumentare gli accantonamenti sui crediti problematici, fino a svalutarli totalmente in un arco pluriennale predefinito (otto anni). In tal modo i bilanci già disastrati delle banche italiane sarebbero messi a dura prova sul piano della consistenza patrimoniale, necessitando quindi – secondo una stima di Mediobanca Securities – di ulteriori 15 miliardi di capitale!

Ma possiamo per una volta, invece, fregarcene delle banche e sostenere che tale misura, se tecnicamente seguita da professionisti esperti del settore, può risultare determinante per risolvere (anche in questo caso forse inconsapevolmente) il problema degli imprenditori e dei cittadini – che, sebbene vessati dalla banche, vogliono comunque arrivare a una transazione per il rimborso, ripulirsi delle macchie bloccanti presenti nelle banche dati (Centrale Rischi, Crif, Experian, ecc) e ripartire con la possibilità di accedere al mercato del credito?

E inoltre, diciamolo con estrema trasparenza senza aver paura di vederci scomunicare dalla comunità dei buonisti formali, mai come in questo caso la tanto vituperata lentezza della nostra giustizia civile per arrivare a una sentenza definitiva (mediamente sette anni) è manna caduta dal cielo per chi avvia un’azione giudiziaria contro la banca per vedersi riconosciuto l’indebito percepito e fare una transazione.

Questo combinato disposto (magistratura lenta e disposizioni della Bce) ci permette di fornire ai tanti debitori qualche consiglio utile e di carattere generale su come affrontare una situazione di criticità, soprattutto in relazione a quelle condizioni limite in cui, ignari delle vessazioni subite, ci si sente come stritolati dalle spire di un sistema che non lascia respiro e si teme di “perdere tutto”.

Alla banca si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata la consapevolezza che gli abusi delle banche sono l’usura e l’anatocismo, ma nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità. Che significa “contestare”? Innanzitutto occorre fare una perizia econometrica per accertarsi che la banca abbia degli scheletri nell’armadio, ma occhio ai truffatori in giro.

Dopodiché sarebbe opportuno per il debitore, benché le banche siano molto lente nell’azione di recupero, non attendere troppo le altrui mosse, ma partire in anticipo e convenire prontamente la banca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo di una parte del credito vantato dalla banca. L’azione giudiziaria in ogni caso congela qualsiasi tipo di atto restrittivo della banca, che ha tutto l’interesse a non allungare troppo la durata del contenzioso per non azzerare completamente il valore del suo credito. A questo punto l’esperienza maturata in questo settore mi consente di affermare che la percentuale di successo per una transazione molto vantaggiosa per il debitore è quasi del 100%!

Cerchiamo di fare chiarezza con un esempio: un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100 denari da una banca, ne ha restituito solo una parte (10 denari) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (90 denari). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento ha otto anni di tempo per portare a casa quanto più possibile. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore si accorge di essere stato abusato e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito.

A questo punto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, la banca ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il “costo dell’accantonamento”, e cioè della previsione di perdita, che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perché le percentuali per i primi anni sono molto più alte – il 15% di 90 (quanto deve ancora restituire). Cioè circa 14 denari all’anno. Quindi al termine di ogni anno la banca, visto che ha già spesato quella perdita, si accontenterebbe anche di 76 denari dopo il primo anno, 62 denari dopo il secondo anno, 48 denari dopo il terzo anno, solo 34 denari dopo il quarto anno e cosi via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.

Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca avrebbe (e infatti ormai sono tutte costrette a farlo) la possibilità di offrire il credito a una società di recupero, che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12% del credito e poi propone al debitore una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40% della debitoria. In entrambi i casi il debitore, sempre che abbia portato in giudizio la banca e benefici quindi dei tempi sudamericani della nostra giustizia, può aspettare il “congruo” tempo per avviare una transazione vantaggiosa.

Se al termine del quarto anno il debitore offre 35 denari alla banca o alla società di recupero, queste ultime accettano la proposta. La Consulting for innovation, con il suo team di esperti del settore, supporta e aiuta il cliente in tutte le fasi, consentendogli di riappropriarsi della sua serenità.

 

Data Pubblicazione: 19/01/2019

Scritto da: Nicola Imperatore

Pubblicato su: Il Fatto Quotidiano

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/19/dalla-bce-arriva-un-regalo-per-i-debitori-vessati-dalle-banche-ecco-come-approfittarne/4902592/

Cresce il ruolo del Crowdfunding nel Settore Energetico

Può il crowdfunding diventare uno strumento innovativo di finanziamento a supporto di investimenti nel settore energetico?

La partecipazione diretta dei cittadini come utenti-consumatori, ma anche come investitori sta diventando sempre più ricorrente nel contesto della transizione energetica e il disinvestimento dalle fonti fossili.  Lo dimostra la crescita in Europa di cooperative energetiche e di modelli partecipativi per lo sviluppo di investimenti in energia rinnovabile.

L’uso del crowdfunding nel settore energetico condivide e mette in pratica simili principi: come nel contesto delle cooperative energetiche, le piattaforme di crowdfunding coinvolgono cittadini e stakeholder permettendo loro di partecipare, investire e beneficiare economicamente da investimenti nel settore energetico.

Si è già parlato dell’uso del crowdfunding nel settore energetico, anche in occasione della pubblicazione di una ricerca condotta presso Università Bocconi che mostrava il ruolo crescente dell’utilizzo dello strumento. In un recente studio pubblicato da Euro Heat and Power e finanziato dal progetto europeo H2020 TEMPO vengono presentati per la prima volta  l’update di tale ricerca e i dati aggiornati al 2017 del crowdfunding nell’energia.

Il settore nasce intorno al 2012 e lo studio identifica 29 piattaforme di crowdfunding ad oggi operative e dedicate a investimenti energetici. Il numero dei progetti finanziati sulle piattaforme è cresciuto costantemente negli anni, fino a superare al dicembre 2017  il numero di 800 per un totale di  oltre 300 milioni di euro investiti. I maggiori sviluppi di evidenziano in Europa, dove Gran Bretagna, Francia, Olanda e Germania sono le nazioni più performanti sia per presenza di piattaforme che di volume finanziato.

 

Il crowdfunding nell’energia tipicamente offre investimenti in progetti di energia rinnovabile(solare, eolico, biomassa). Tra questi,  il solare fotovoltaico è la tipologia di progetto più frequente e rappresenta il 70% del totale finanziato. Nelle nazioni in cui è più diffuso, tuttavia, il crowdfunding energetico mostra una sempre maggiore differenziazione in termini di tecnologie: stanno crescendo infatti progetti nel settore dell’efficienza energetica e della bioenergia e compaiono i primi progetti di energia da fonti marine e geotermia.

Oltre il 90% delle piattaforme attive sono di tipo finanziario (equity e lending), cioè finalizzate all’investimento e alla raccolta di capitali, il restante delle piattaforme propongono progetti di donation o reward. Le piattaforme finanziarie propongono progetti definiti dallo studio di equity, lending o community shares. Finanziando progetti di lending gli investitori “prestano” il loro denaro in cambio di una remunerazione futura che può talvolta basarsi sulla vendita dell’energia rinnovabile prodotta attraverso il progetto stesso. Nello studio i progetti di lending sono differenziati a seconda della tipologia di strumento di debito offerto (short and long term debt, fund). Nei progetti di equity o community shares gli investitori acquiscono quote di aziende o cooperative attive nella produzione di energia pulita, beneficiando quindi dei dividendi emessi in funzione della performance economica dell’investimento energetico sottostante.

Il crowdfunding energetico nasce come risposta all’esigenza del coinvolgimento del cittadino nel settore energetico, proponendo inizialmente investimenti in progetti di comunità e promossi dal basso. I dati dello studio però mostrano come il settore si stia progressivamente differenziando, includendo tra i promotori di progetti non solo comunità energetiche locali ma anche soggetti più istituzionali: al dicembre 2017 più del 92% dei progetti  sono stati proposti da aziende e solo il 5% da iniziative di comunità.

Lo studio infatti sottolinea come, per i promotori di progetti energetici, siano due i fattori chiave dell’uso del crowdfunding:

  • L’accesso al capitale, essendo di fatto una forma innovativa e alternativa alla finanza instituzionale per il finanziamento di progetti energetici. Primi studi in merito sembrano anche dimostrare che l’accesso al capitale sia più veloce e semplice di altre forme alternative di finanziamento.
  • La possibilità di coinvolgimento dei cittadini e stakeholders locali. Ciò permette da un lato di ampliare il bacino dei potenziali investitori e dall’altro di incrementare la visibilità dei progetti e, potenzialmente, di superare eventuali opposizioni locali grazie alla implicita ridistrizione di risorse sui territori tramite il riconoscimento di ritorni economici agli investitori locali.

Ai  cittadini investitori invece il crowdfunding offre la possibilità di investire in modo diretto e disintermediato anche piccole somme di denaro in progetti energetici e di beneficiarne economicamente, garantendo così una forma di democratizzazione del processo di sviluppo ed investimento nel settore. Lo studio dimostra come i progetti presentati sulle piattaforme offrano ai cittadini investitori rendimenti  medi tra il 4 e il 9%.

Un recente studio dimostra infatti come tra le motivazioni di chi ha investito su piattaforme di crowdfunding energetico la trasparenza e l’impatto ambientale positivo dell’investimento risultino importanti tanto quanto  i ritorni economici attesiConsulting for innovation,utilizza anche approcci innovativi mediante l’utilizzo di strumenti come crowfunding, peertopeer, landing, alternativi al sistema creditizio tradizionale.

 

 

 

 

Data Pubblicazione: 18/01/2019

Pubblicato su Smartweek

Fonte http://www.smartweek.it/cresce-il-ruolo-del-crowdfunding-nel-settore-energetico/

 

 

Da INDUSTRIA 4.0 a IMPRESA 4.0: a un passo dalla quarta rivoluzione industriale. Ma cosa ci manca?

Impresa 4.0, è il termine che, nel piano governativo italiano 2018, ha sostituito la dizione di Industria 4.0

 

Alcuni osservatori sono dell’opinione che il mondo della produzione industriale e artigianale, di fronte a Impresa 4.0 si trovi sulla linea di partenza di un cambiamento profondo, che ha assunto i caratteri tipici della quarta rivoluzione industriale,che prevede l’integrazione delle tecnologie digitali nei processi manifatturieri.

Cos’è Impresa 4.0?

Per comprendere cosa sia Impresa 4.0 dovremmo partire da Industria 3.0, cioè dalla terza rivoluzione industriale del secolo scorso, contraddistinta con il termine rivoluzione dell’informazione; in pratica corrisponde a tutto ciò che si riesce a fare mediante lo smartphone o un telecomando a distanza.

Partiamo, per capirci meglio, dal servizio bancario che ci offre come modello lo sportello bancomat. Vale a dire:

  • possiamo prelevare contanti senza passare dalla cassa. Un apparecchio elettronico riceve l’ordine e conta i tagli delle banconote che la macchina distribuisce. Quell’ordine parte da molto più lontano rispetto alla filiale alla quale ci rivolgiamo.
  • al supermercato utilizziamo una pistola laser per leggere i prezzi degli oggetti che infiliamo nel carrello e contemporaneamente quelle informazioni finiscono ad una cassa automatica lontana, dove andremo a pagare l’ammontare della spesa
  • mediante le App scarichiamo (o inviamo) fotografie e filmati, impostiamo operazioni bancarie, scarichiamo le carte di imbarco, prenotiamo il posto in treno.
  • sempre mediante App apriamo o chiudiamo lo sportello della nostra automobile con il telefono, chiudiamo le serrande di casa all’approssimarsi di un temporale o accendiamo il riscaldamento della casa di montagna il venerdì sera, prima della partenza.

Il passo in più nell’Impresa 4.0

Pochi esempi per dire quanto sia diventato abituale gestire il flusso di informazioni di Industria 3.0. Tale flusso però oggi può essere raccolto in un grande serbatoio, analizzato, processato, trasformato in linguaggi capaci di interagire con un sistema in grado di fare funzionare una linea di produzione di beni di consumo installata in fabbrica: appunto Impresa 4.0.

In questa nuova fabbrica, all’uomo resterà il compito essenziale di progettare, controllare e correggere i parametri di produzione mentre tecnologie e automatismi consentiranno di portare a termine i processi di lavorazione (oggi si direbbe in tempo reale).

In pratica succede che saranno cancellati i vecchi distretti industriali, dove spesso alcuni artigiani aiutavano gli altri a produrre parti di mobili destinate all’industria assemblatrice che successivamente li avrebbe montati e commercializzati con il proprio marchio.

Oggi quei distretti territoriali, nati spontaneamente (in passato erano vere e proprie concentrazioni produttive site nella Brianza mobiliera, nel Pesarese, in Toscana, nella Puglia dei divani), non esistono più, quindi per non fare morire esperienze di enorme valore tecnico ci vorrebbe una politica di impronta dirigista per imporre un cambio di paradigma radicale: dalla produzione centralizzata verso la produzione decentralizzata.

Una delle maggiori difficoltà per il cambiamento nel nostro Paese dipende dal fatto che spesso le imprese italiane producono prodotti personalizzati su commessa, in cui il “servizio al cliente” gioca un ruolo determinante sulle vendite.

E’ invece la ripetitività delle lavorazioni che agevola gli investimenti nel cambiamento. Ikea insegna.

La Formazione…il problema principale di Impresa 4.0

Che il problema principale di Impresa 4.0 sia la formazione ad ogni livello, lo sottolineano gli allarmi che nel recente passato sono stati lanciati da alcuni leader dei Paesi più industrializzati del mondo, da Barack Obama a Bill Gates, e nel presente da Emmanuel Macron che nel programma elettorale lanciò una mossa strategica promettendo alcuni miliardi di investimenti nella formazione. Addirittura Angela Merkel ha fatto della formazione uno dei punti cardine della sua campagna elettorale. Invece la politica italiana si è presa la solita pausa di riflessione.

Appunto, ma qual è la differenza fra Germania e Italia?
Mentre il governo tedesco, cosciente del fatto che interfacciare Enti di formazione con l’industria di trasformazione è impresa complessa, ha affidato tale compito alla fondazione di ricerca e sviluppo Fraunhofer Gesellchaft, (presente anche in Italia precisamente a Bolzano) che si occupa di meccatronica e automazione. Un Ente ponte tra università e impresa con un bilancio di 2,1 miliardi di Euro.

Il ruolo della formazione invece, a quanto si legge nel sito del Ministero dello Sviluppo Economico, in Italia sembra demandato alle nostre Università, contro il parere di molte imprese che preferirebbero rivolgersi alle Società di consulenza di provata capacità, già impegnate sui temi relativi a Impresa 4.0 in campo internazionale. Ancora una volta stiamo rischiando di promuovere economicamente due binari (Università-Impresa) che lavorando su linee parallele non si incontrerebbero mai, quindi doppi incentivi e doppi finanziamenti che alimenterebbero un modello vecchio di collaborazione che non ha mai funzionato.

Quindi servirebbero infrastrutture e centri dell’innovazione sul modello tedesco, in grado di “mettere insieme” le competenze delle imprese, delle Università più attive, dei centri di ricerca nazionali, per vincere la sfida della quarta rivoluzione industriale. Ma non li abbiamo. Il Ministero dello Sviluppo Economico, intanto, ha fatto un piccolo passo avanti: considera le “uscite” per la formazione come spese da finanziare con il credito di imposta, alla stregua degli investimenti. Obiettivo: gestire il rischio della disoccupazione tecnologica e massimizzare le nuove opportunità lavorative legate alla quarta rivoluzione industriale agevolando nuove competenze digitali.

Sul versante dell’occupazione le nuove tecnologie e le tecnologie dell’automazione, si dice, non scalzeranno i lavoratori, ma porranno i presupposti per la creazione di nuove attività lavorative.

Intanto nel novembre 2018 Vincenzo Colla, Segretario confederale Cgil, intervenendo all’iniziativa “Il mio collega robot” promosso da Legacoop ha affermato: “Il paese è in ritardo sull’innovazione e rischia di vedere insidiata la seconda posizione che detiene in Europa sulla manifattura. Abbiamo già perso un quarto della nostra capacità produttiva – ha quantificato con preoccupazione il dirigente della Cgil – specificando che: “si tratta prevalentemente di imprese che non hanno saputo cogliere la sfida competitiva. Lo dimostra il fatto che il 30 per cento delle imprese che ha investito in innovazione e internazionalizzazione ha ottenuto straordinari risultati. Ma adesso occorre guardare alle imprese che sono rimaste indietro, pertanto il governo deve stimolarle con infrastrutture efficienti che colmino alcune criticità e ritardi come i costi dell’energia e la logistica. Inoltre si deve riconfermare l’impegno di risorse su industria 4.0 a partire da quelle per la formazione”.

Più occupazione nelle imprese tecnologicamente più avanzate

Proprio dal Veneto arriva il primo studio territoriale sull’impatto che industria 4.0 avrà sull’occupazione: il risultato eclatante è che le imprese della Regione (arredamento compreso) che usano le tecnologie digitali non solo non hanno ridotto i dipendenti, ma da sole hanno creato il 75% dei posti di lavoro in più rispetto a quelle meno tecnologiche, soprattutto tra gli addetti più istruiti.  Lo studio presentato dalla CGL a Treviso indica che su un campione di 900 aziende di settori diversi, la crescita occupazionale netta è stata di 1149 posti, di cui 870 posti di lavoro attribuibili alle imprese utilizzatrici di robot. La crescita più alta si è verificata per lavori che richiedono un’alta specializzazione (+10%) e la laurea (+16%). E a parità di altri fattori, le imprese con un’alta percentuale di laureati hanno una probabilità cinque volte superiore di utilizzare il digitale rispetto a imprese che hanno dipendenti poco qualificati nelle proprie fila. «I casi studio», scrivono i ricercatori, «mostrano come non sia il puro numero di laureati o lavoratori qualificati a determinare l’utilizzo delle tecnologie, perché ben più importante è il mix dei diversi gruppi di lavoratori, che permetta uno sfruttamento intelligente delle risorse e delle competenze».

Anche i meno qualificati, insomma, possono non restare indietro. La parola chiave è “formazione”.

Infine una ricerca dell’università di Padova su 600 Pmi del Nord rivela che l’adozione di tecnologie tipiche dell’Industria 4.0, partita alcuni anni fa, non ha portato a licenziamenti e ha fatto aumentare la redditività d’impresa. Il primo obiettivo segnalato è stato il miglioramento del rapporto con i clienti e la diversificazione di prodotti. Ma non tutti sono d’accordo sulla crescita degli occupati.
Il passato ci insegna che le trasformazioni non avvengono velocemente. Quindi è presumibile che anche la quarta rivoluzione industriale sarà un processo graduale di medio lungo termine. In ogni caso, mentre alcune occupazioni sembra possano sparire dal mercato del lavoro, altre ne sorgeranno in sostituzione o in combinazione.

Le nuove tecnologie richiederanno l’inserimento di altrettanto nuove figure professionali più tecniche e qualificate per gestire i nuovi sistemi, comunque la formazione dei lavoratori sarà centrale. La Consulting for innovation punta da sempre sull’innovazione e formazione, due capi saldi della sua filosofia imprenditoriale, è necessario in-formarsi costantemente per non farsi travolgere dal cambiamento.

 

Data Pubblicazione: 16/01/2019

Scritto da: Almerico Ribera

Pubblicato su: Ingenio Formazione Tecnica e Progettuale

Fonte https://www.ingenio-web.it/22326-da-industria-40-a-impresa-40-a-un-passo-dalla-quarta-rivoluzione-industriale-ma-cosa-ci-manca

 

 

Dal Venture Capital a Industria 4.0, ecco la rivoluzione digitale secondo Di Maio

Mai si erano messe in campo in una manovra di bilancio tante misure per l’innovazione e per favorire l’adozione delle tecnologie digitali, misure che pongono il nostro Paese all’avanguardia a livello europeo”. A parlare è il vice premier e Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio, che ha spiegato, in un post sul blog delle stelle, il magazine on line legato al movimento, le misure per sviluppare l’innovazione tecnologica e il digitale presenti nella legge di bilancio.

Di Maio elenca tutte le disposizioni della manovra dedicate a promuovere l’innovazione, dal fondo da 45 milioni in tre anni per Blockchain, Intelligenza Artificiale e IoT, agli strumenti per permettere anche allo Stato di investire, sia direttamente che indirettamente in Venture Capital; ma ci sono anche un intervento sulle detrazioni fiscali per chi investe, per permettere alle startup italiane di essere più competitive nei mercati globali; un investimento sulle tecnologie emergenti che prevede, tra l’altro, l’adesione un progetto europeo di microelettronica, e poi la rimodulazione degli interventi legati a Industria 4.0 che sarà più vicina alle PMI. Infine una serie di misure tra le quali la creazione di un “tecnopolo” sulle tecnologie pulite che avrà sede a Taranto e la riforma del settore radiotelevisivo.

Le misure messe in campo dal governo nella manovra di bilancio partono dal rafforzamento del VentureCapital, sia attraverso incentivi per chi investe che con la creazione di un fondo di sostegno, per permettere alle aziende italiane, alle startup e scaleup, di competere sul mercato globale. Di Maio le elenca così:

 

  • FondoNazionale Innovazione – con l’intento di rafforzare e rendere organico l’intervento pubblico di sostegno del settore del Venture Capital il Ministro dello Sviluppo Economico può autorizzare la cessione di Invitalia Ventures a Cassa Depositi e Prestiti che può esercitare la relativa opzione.  Questa misura, sinergica rispetto al nuovo piano industriale di CDP, condurrà – secondo le intenzioni del governo – alla creazione del più grande fondo di Venture Capital pubblico mai creato in Italia per il sostegno e lo sviluppo delle startup e scale-up italiane.
  • Fondodi sostegno per il Venture Capital – Creato in seno al Ministero dello Sviluppo Economico un fondo per il sostegno del Venture Capital con dotazione di 90 milioni di euro nei primi 3 anni e previsto espressamente che anche soggetti pubblici possano investire in fondi di Venture Capital direttamente o indirettamente attraverso fondi di fondi.
  • PianiIndividuali di risparmio e Venture Capital – Prevista la possibilità che nell’ambito dei Piani individuali di risparmio si possa investire in fondi di Venture Capital prevedendo una soglia minima del 5% degli investimenti qualificati.
  • Investimentidelle società partecipate dallo Stato in fondi di Venture Capital – Non meno del 15% delle entrate dello Stato derivanti dagli utili o dividendi delle società partecipate dovranno essere destinati ad investimenti in fondi di Venture Capital.
  • Qualificazionenormativa della figura del “Business Angel”  – Viene introdotta la figura del Business Angel qualificato come soggetto che in maniera diretta o indiretta abbia investito almeno 40 mila euro nell’ultimo triennio.  Un riconoscimento che da anni si attendeva.
  • Incentiviagli investimenti in startup innovative  – Vengono resi più attrattivi gli investimenti di capitale in startup innovative innalzando le soglie delle detrazioni fiscali previste dal decreto 179/2012 dal 30% al 40% per gli investimenti semplici e dal 30% al 50% nel caso di acquisizione dell’intero capitale sociale di una startup innovativa. Vengono inoltre allargate le agevolazioni previste dal DL 98/2011 rendendo più conveniente l’investimento di Fondi di Venture Capital in startup innovative.

 

Il vice premier, poi, ricorda le misure della finanziaria dedicate alle tecnologie emergenti, dai fondi dedicati alla sperimentazione delle nuove tecnologie fino alla possibilità di detrarre anche le spese per il cloudcomputing. “In linea con le politiche messe in campo nei primi mesi di governo – sottolinea Di Maio – abbiamo dedicato misure ad hoc per lo sviluppo e sperimentazione in materia di tecnologie emergenti per rendere il nostro Paese leader nel settore”.

Si tratta, dicevamo, del Fondo Blockchain, Intelligenza Artificiale e Internet of Things che disporrà di 45 milioni in tre anni per la sperimentazione delle tecnologie emergenti da parte del Ministero dello Sviluppo Economico.

Di Maio poi rivendica l’istituzione del voucher da 40 mila euro (25 mila per le medie imprese) per il Managerdell’Innovazione, lo stanziamento di oltre 200 milioni di euro per garantire l’adesione dell’Italia ad un progetto europeo per lo sviluppo della microelettronica che vedrà coinvolte importanti realtà industriali operanti in Italia.

Infine l’inclusione dei software per Industria 4.0 fruiti in Cloud computing.

 

Tra i temi trattati da Di Maio nel suo lungo post anche quello di Industria 4.0 che adesso, secondo il vicepremier, è più fruibile anche dalle piccole e medie imprese. “La nostra azione è stata rivolta a rimodulare gli interventi del piano industria 4.0 verso le PMI – spiega Di Maio – che rappresentano la spina dorsale del nostro tessuto produttivo e che fino ad oggi hanno goduto solo in minima parte dei vantaggi derivanti dalla rivoluzione digitale.

Anche sulla Formazione 4.0, dice, “abbiamo prorogato il credito di imposta modulando la misura sulle piccole e medie imprese che fino ad ora avevano solo in minima parte avuto accesso a questi fondi”.

Occorre investire ancora molto per superare il divario culturale nel mercato del digitale, soprattutto tra piccole e grandi imprese, che faticano a sostenere iniziative tecnologiche. Le basi per una grande rivoluzione sono state gettate, è necessario rendersi conto che la rivoluzione tecnologica è iniziata, ed è necessario adeguarsi a questo cambiamento per trarne vantaggio e non rimanerne travolti. Consulting for Innovation  fa della formazione e dell’innovazione tecnologica uno dei punti focali della sua mission, solo chi si adegua al cambiamento può trarne vantaggio!

 

Data Pubblicazione: 04/01/2019

Scritto da: Fabrizio Cerignale

Pubblicato su: Innovation Post

 

Fonte https://www.innovationpost.it/2019/01/04/dal-venture-capital-a-industria-4-0-ecco-la-rivoluzione-digitale-secondo-di-maio/