Il mio lavoro è ibrido. La rivoluzione parte dai mestieri tradizionali

I bambini di oggi da grandi faranno i big data specialist o i web designer ma già adesso il digitale sta cambiando profondamente il modo di operare di commessi, artigiani, medici e avvocati

D’accordo, il 65% dei bambini che frequentano le scuole elementari, come sostiene il World Economic Forum, da grandi faranno un lavoro che al momento nemmeno esiste. Già oggi, peraltro, se uno vuole trovare un posto, meglio che metta da parte vecchi schemi mentali: stando ai dati di Anitec-Assinform, l’associazione delle imprese operanti nell’Ict e nell’elettronica di consumo, gli annunci di lavoro che crescono a ritmo maggiore riguardano profili professionali legati all’information technology. Un settore che nei prossimi tre anni avrà 88 mila occupati in più rispetto al 2018. Via libera, dunque, ai service development manager, ai big data specialist, ai web designer e a tutti i nuovi digital job. Perfetto. Il futuro non è un’ipotesi. Ma se il problema fosse (anche e soprattutto) un altro? Se bisognasse cominciare a costruirlo, il famoso futuro, partendo dal lato opposto, cioè dai mestieri più comuni, consolidati, diffusi? In altri termini, non è che i maggiori effetti della rivoluzione digitale si vedranno (anzi, si cominciano già a vedere) sugli operai, le commesse, gli artigiani e perché no, sulle storiche figure dei notai, degli avvocati, dei medici?

Un ribaltamento di prospettiva di straordinario interesse. Ed è esattamente questa la specificità della ricerca sui «Lavori ibridi in Veneto» condotta dall’Osservatorio delle professioni digitali dell’università di Padova. Obiettivo: cogliere le trasformazioni nelle attività tradizionali, quelle che tuttora costituiscono il 90% del mercato del lavoro nordestino. In breve, capire che cosa sta succedendo qui e adesso. Agli intervistati è stato chiesto con quale frequenza e con quale grado di conoscenza sono loro richieste anche competenze collegate alle tecnologie informatiche. E ancora, con quale frequenza e grado di conoscenza sono chiamati a utilizzare atout diversi (le cosiddette soft skills, dal muoversi in gruppo alla capacità di risolvere problemi) rispetto ai compiti abituali. «Bene» spiega Paolo Gubitta, direttore dell’Osservatorio «abbiamo scoperto che non è più sufficiente avere il genio della meccanica, essere maghi della carpenteria o bravissimi venditori. Al fianco di tutto ciò è ormai indispensabile disporre di una serie di competenze “moderne”, digitali e non solo. I mestieri tradizionali sono sempre più flessibili, trasversali o, appunto, ibridi».

Nella maggioranza dei casi, in tutte le funzioni, dagli uffici amministrativi ai capannoni dove si svolge l’attività produttiva, e senza particolare differenza tra grandi e piccole imprese, vengono richieste attività al computer basilari. Al primo posto, con frequenza crescente cui deve corrispondere un buon grado di abilità, la comunicazione digitale (email, social network, videoconferenze), seguita dalla produzione di contenuti digitali (grafici, tabelle, piccoli video) e dalla ricerca di informazioni online. Non basta. Ancora più apprezzata è la capacità di agire in autonomia e in parallelo di muoversi in team, l’apertura verso un approccio lavorativo problem solving e l’elasticità che porta a ragionare per obiettivi, collettivi e individuali. Tradotto in pratica quotidiana, l’operaio deve sapere gestire le macchine a controllo numerico e magari usare un software per la manutenzione a distanza. La commessa ha l’obbligo di dialogare in Rete con la clientela. L’elettricista non può limitarsi a montare impianti ma è chiamato a predisporre soluzioni di domotica. Persino il calzolaio misura il piede con il foot scanner. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. «Ma attenzione» puntualizza Gubitta. «Siamo alle avvisaglie di un cambiamento ben più profondo, perché in arrivo ci sono le sofisticate competenze richieste dal paradigma dell’Industria 4.0: realtà aumentata, robotica, Internet delle cose, cybersecurity. Se un lavoratore pensa di potersi fermare è perduto».

Insomma, la rivoluzione è solo all’inizio. «Non c’è dubbio» conferma Gianni Potti, delegato di Confindustria Veneto per l’Industria 4.0, l’innovazione e la ricerca, «il mercato esige la commistione delle capacità professionali a ogni livello. Dall’operaio al manager, tutti devono avere un solido know-how tecnico, ma allo stesso tempo competenze finanziarie, di marketing, informatiche. Ovviamente è più facile a dirsi che a farsi, visto che in tutte le classifiche sulla digitalizzazione siamo in coda. Un dato: il 22% degli italiani non ha mai usato internet, 9 punti peggio della media europea. Dobbiamo recuperare il gap cominciando proprio dai luoghi di lavoro». Francesco Giacomin, direttore di Confartigianato Veneto, rincara la dose: «Tanto nelle grandi quanto nelle piccole e piccolissime imprese va assolutamente rivisto il mix tra analogico e digitale. Il salto di qualità sta nel coniugare gli antichi saperi, la tradizione e l’abilità manuale con l’hi-tech e le nuove conoscenze. Competenze digitali sarà la parola d’ordine di Confartigianato per il 2019».

Ma a che punto è questo processo di evoluzione del capitale umano? I lavoratori (e gli imprenditori) sono consapevoli della necessità di (ri)mettersi in gioco, al di là del ruolo e dell’età? «L’aspetto più evidente, che ha caratterizzato la ripresa post-crisi» sottolinea Tiziano Barone, direttore di Veneto Lavoro «è la progressiva polarizzazione del mercato. A crescere sono soprattutto le professioni altamente qualificate e remunerate, insieme con quelle di basso profilo e meno pagate. A rimetterci, a partire dal 2008, è stata l’occupazione intermedia. A maggior ragione, dunque, bisogna fornire a impiegati e operai nuovi strumenti e specializzazioni. Occorrerebbe un grande progetto di alfabetizzazione digitale, un “Non è mai troppo tardi” in chiave 4.0. Informatica e soft skills sono oggi qualcosa di simile a quello che vent’anni fa era la conoscenza dell’inglese: una sorta di prerequisito per trovare qualsiasi posto di lavoro». La chiave di volta ha un solo nome: formazione. Piccolo particolare: non è sufficiente «attrezzare» i giovani che si affacciano al mondo del lavoro o riqualificare chi il lavoro lo perde. Qui occorre alzare il valore aggiunto di migliaia di persone che un posto ce l’hanno e che guai se si accontentano di quello che sanno fare. Elena Donazzan, assessore al Lavoro e alla formazione professionale (posta che vale 24 milioni) della Regione Veneto, sorride: «Già conoscere i cambiamenti reali che emergono nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro è un bel passo avanti. Il mercato è estremamente dinamico: si mescolano i settori, le vecchie qualifiche perdono significato, le competenze si ibridano. L’unico fatto certo è che in epoca di globalizzazione si vince con il capitale umano. Per questo vogliamo tarare meglio possibile il sistema della formazione. E il punto di partenza non potranno che essere le nuove competenze. Pensiamo di creare corsi più mirati alle esigenze delle imprese, brevi ma su misura, immediatamente fruibili. Vedremo. L’importante è il traguardo finale: la buona formazione è la leva che può alzare la competitività del territorio».

Il processo del cambiamento è perennemente in atto, soprattutto in ambito lavorativo. Non bisogna guardare solo al futuro e ai cambiamenti che verranno, ma è necessario iniziare dal quotidiano. I cosiddetti “mestieri del futuro” avranno tutti un’impronta digital è questa ormai è una certezza. Noi, quindi, ci troviamo nel bel mezzo di una fase di passaggio, dove i cosiddetti “mestieri tradizionali” devono adeguarsi, arricchendosi di nuove skills adatte all’epoca che stiamo vivendo. Anche per la Consulting for Innovation il processo di formazione costante è fondamentale, per poter affrontare il cambiamento e trarne tutti i benefici.

Data Pubblicazione: 11/12/2018

Scritto da: Sandro Mangiaterra

Pubblicato su: Corriere del Veneto

 

Fonte  https://corrieredelveneto.corriere.it/economia/corriere-imprese/notizie/mio-lavoro-ibrido-rivoluzione-parte-mestieri-tradizionali-e75d6522-fd5a-11e8-b358-085373386c31.shtml

 

 

 

I privati saranno liberi da tutti i debiti anche senza contropartita ai creditori

La «procedura di sovraindebitamento», intesa come procedura finalizzata a regolare la crisi dei soggetti esclusi dal fallimento (in primis dei cosiddetti debitori civili, cioè di coloro che non possono fallire perché non sono imprenditori commerciali: comuni cittadini che si siano indebitati per qualunque motivo e non riescano più a far fronte ai loro debiti), è stata introdotta nel nostro ordinamento solo attraverso la legge n. 3 del 2012 , e dunque non appartiene alla nostra tradizione, come appartiene invece a quella di altri Paesi (quali ad esempio gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Germania). Questo spiega forse più di ogni altra considerazione perché la legge sul sovraindebitamentonon abbia ricevuto negli anni passati la diffusione che ci si aspettava.

Ora però non solo la disciplina contenuta nella legge del 2012 risulta integralmente importata all’interno del Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza che sta per diventare legge, ma vi risultano anche inserite, accanto ad alcune novità solo nominali, altre importanti novità di carattere sostanziale, che da un lato dovrebbero chiarirne delle zone d’ombra e da un altro lato dovrebbero servire a renderla più appetibile. Ciò significa che il legislatore della riforma intende scommettere sull’assimilazione culturale della procedura di sovraindebitamento da parte del sistema, non solo confermandola quale procedura concorsuale a tutti gli effetti, ma provando anche a favorirla dove possibile.
La più importante delle novità funzionali a favorire una maggior diffusione della procedura di sovraindebitamento è senza dubbio quella consistente nella concessione al debitore della facoltà di godere dell’esdebitazione anche quando «non sia in grado di offrire ai creditori alcuna utilità, diretta o indiretta, nemmeno in prospettiva futura». Vero è che questa facoltà viene in qualche modo temperata sia dal fatto di poter essere invocata «solo per una volta», sia dalla previsione dell’ipotesi in cui, dopo la concessione dell’esdebitazione da parte del giudice, «sopravvengano utilità rilevanti, che consentano il soddisfacimento dei creditori in misura non inferiore al dieci per cento», perché in questa ipotesi il debitore dovrà assolvere ai propri obblighi di pagamento entro i successivi quattro anni.

Ma la novità rimane ugualmente molto importante, perché aggiunge al beneficio dell’esdebitazione, cioè della liberazione del debitore da tutti i debiti rimasti insoddisfatti nella procedura, di cui il debitore può già godere in virtù della legge del 2012, un vantaggio ulteriore, quale appunto quello della possibile liberazione da tutti i debiti anche quando tali debiti non possano essere pagati neppure in parte. E questo al duplice scopo di permettere al debitore un nuovo inizio (a fresh start in life, secondo l’espressione della letteratura giuridica anglo-americana) e di recuperarlo al ciclo produttivo: il che del resto corrisponde alle finalità storiche dell’istituto.

Sempre in tema di esdebitazione, la riforma prevede inoltre la sua estensione dalle persone fisiche, alle quali la legge del 2012 la circoscrive, alle persone giuridiche, e la sua applicazione di diritto in ipotesi di liquidazione controllata, semplicemente a seguito della chiusura della procedura, o addirittura anche prima della chiusura una volta decorsi tre anni dalla sua apertura. Ne gioverà la disciplina del sovraindebitamento, in termini di una sua maggior diffusione? È lecito immaginare di sì, ma molto dipenderà, come si diceva, anche dall’acquisizione di una consapevolezza e di una confidenza cui solo il tempo potrà dar vita, se si avranno la pazienza e la cura (per usare qui una suggestione proveniente da una recente opera di Gabrio Forti, «La cura delle norme») che ogni processo di assimilazione di per sé richiede.

 

La legge 3 consente di accedere ad una procedura che facilita il risanamento dei debiti, attraverso un piano di rientro che permetterà al debitore di ridurre il debito. La persona prima sovraindebitata potrà riprendere una nuova attività commerciale e potersi reinserire nella società. I professionisti della Consulting for innovation hanno maturato esperienza nel campo che riguarda la legge del sovraindebitamento, con l’obiettivo di supportare persone fisiche e soggetti economici attraverso soluzioni professionali e orientate al cliente.

 

 

Data Pubblicazione: 17/12/2018

Scritto da: Niccolò Nisivoccia

Pubblicato su: Quotidiano del Fisco del Il sole 24 ore

 Fonte  http://www.quotidianofisco.ilsole24ore.com/art/societa-e-bilanci/2018-12-14/i-privati-saranno-liberi-tutti-debiti-anche-senza-contropartita-creditori-155128.php?uuid=AEdEp6zG

Dobbiamo investire in formazione per attutire l’impatto sul lavoro

Donato lacovone, amministratore delegato di EY in Italia: “La diffusione della robotica provocherà ripercussioni immediate, ma poi la qualità dell’occupazione si eleverà. Prepariamoci alla sfida “

 

Ci sarà un impatto negativo della rivoluzione tecnologica sul mondo del lavoro ma solo nel breve termine. Assisteremo sicuramente a uno spostamento delle professionalità, destinate ad essere sempre meno manuali e prevedibil. Dobbiamo quindi smetterla di fare formazione solo quando c’è bisogno e giocare d’anticipo, garantendo ai lavoratori del futuro il giusto mix di flessibilità, conoscenza e  curiosità >>- Donato Iacovone, amministratore delegato di EY in Italia e managing partner dell’area mediterranea, non ama nascondere gli effetti collaterali dell’era 4.0, ma non ama nemmeno il catastrofismo assoluto. E non è un caso che il quadro disegnato dal top manager  di  Affari&Finanza appaia complicato, ma anche rassicurante.

Il dibattito sull’impatto che la tecnologia avrà sul mercato del lavoro sembra ormai aver superato l’iniziale fase disfattista. E le stime sul saldo tra lavoro perso e creato hanno recentemente iniziato a restituire addirittura un segno positivo. <<Nel breve termine un impatto ci sarà, soprattutto con la diffusione della robotica che è già ovunque. Non credo invece che l’intelligenza artificiale, i big data, la blockchain e altre tecnologie elimineranno il lavoro. Anzi, penso che lo eleveranno – sostiene Iacovone – Ci sarà uno spostamento delle professionalità: ad esempio, in un supermercato ci saranno meno cassieri e più analisti dei dati. In ogni caso, più che provare a indovinare il saldo è importante diffondere la cultura digitale e le competenze>>.  Il  mercato del lavoro 4.0 si giocherà una buona fetta di sostenibilità proprio su questo fronte. E in particolare sull’equilibrio continuo tra formazione, aggiornamento e riqualificazione del capitale umano.

Il numero uno di EY Italia non esita a indicare come priorità la «riconversione delle competenze obsolete in competenze innovative>>­ ma invoca un approccio alla riqualificazione totalmente    diverso: << C’è bisogno di un cambio di paradigma: non dobbiamo più formare il lavoratore solo quando sorge un bisogno, bensì giocare d’anticipo. Dobbiamo cioè immaginare le trasformazioni e impostare dei percorsi specifici. Se poi allarghiamo l’orizzonte temporale ai prossimi 5-10 anni, è ovvio che un ruolo chiave sarà nelle mani delle università, e in generale del sistema scolastico>>, sottolinea Iacovone, che auspica una maggiore trasparenza dell’offerta formativa e soprattutto una maggiore dose di rapidità e resilienza. <<Ormai tutto ciò che impariamo dura sei mesi, un anno o al massimo due. Non è più in discussione l’essenzialità della formazione continua ma la relativa modalità di esecuzione. Ad esempio, dobbiamo capire come far diventare curiosa una persona non curiosa. E non è affatto semplice>>. Aziende, università, centri di ricerca, corpi intermedi, associazioni e altri soggetti saranno chiamati agli straordinari. E un ruolo chiave spetterà ai big:  <<L’85% delle Pmi italiane è in ritardo sul fronte digitale, esistono ancora aziende senza un sito web. Le imprese piccole e medie possono fare senz’altro qualcosa in più, ma va riconosciuta loro l’impossibilità di incidere significativamente sul sistema formativo ed educativo>>, fa notare Iacovone, che attribuisce una responsabilità importante alle grandi aziende chiamando in causa anche la stessa EY.  <<Noi abbiamo oltre Seimila dipendenti in Italia, di cui il 97%   possesso di una laurea. Eppure, abbiamo sentito la necessità di lanciare un’accademia interna dedicata all’innovazione. L’amministratore delegato di EY insiste su quest’ultimo aspetto anche quando si sfiora il tema dell’intelligenza artificiale. <<Tutti stanno investendo sull’artificial intelligence, e in particolare sul machine learning, perché consente di sviluppare processi in grado di riprogrammarsi   automaticamente. È una tecnologia che toccherà tutti i settori, dall’automotive alla manifattura passando per i servizi professionali>>, spiega Iacovone. La scommessa tecnologica rischia in ogni caso di risultare perdente senza le competenze. <<C’è una domanda insoddisfatta di 27mila profili specializzati. Ecco perché sentiamo l’esigenza di fare squadra con tante altre aziende del sistema Paese>>, sottolinea Iacovone citando come esempio il progetto di ricerca sui lavori del futuro, lanciato un anno fa con oltre 50 partner. Sullo sfondo resta la sfida avanguardista dei famosi lavori che ancora non esistono, ma che qualcuno si troverà a fare. <<Dobbiamo incidere profondamente sui metodi di insegnamento, abbandonando il mero trasferimento di nozioni. I lavori del futuro hanno bisogno di flessibilità e curiosità perenne, ma non solo, anche di  un’attitudine naturale a mettersi in discussione: solo le persone formate per vivere con l’aspettativa di un continuo cambiamento conclude Iacovone- saranno pronte ad affrontare  qualsiasi scenario>>.

 

 

Il mondo del lavoro sta cambiando, le professioni di ogni settore richiedono aggiornamenti sempre più frequenti. L’intelligenza artificiale si sta inserendo in ogni campo e ciò necessita di capitale umano adeguato e preparato  per poterla gestire al meglio. Per poter affrontare il cambiamento e trarne vantaggio, senza rimanerne travolti, è necessario essere preparati a questa sfida; la Consulting for Innovation punta sul processo di una continua formazione a fronte di un continuo cambiamento.

 

Data Pubblicazione: 10/12/2018

Scritto da: a.fr

Pubblicato su: la Repubblica Affari&Finanza


Credito, accordo Abi-imprese sulla moratoria alle Pmi

Un nuovo accordo per dare più liquidità alle imprese, con la possibilità per le pmi di sospendere e allungare i finanziamenti a medio e lungo termine anche per il 2019 e il 2020. Ieri c’è stata la firma dell’accordo per il credito tra l’Abi e le organizzazioni imprenditoriali, Confindustria, Alleanza delle cooperative, Cia, Claai, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confedilizia, Confetra, Confimi Industria, Rete Imprese Italia. Un’inizativa a favore delle pmi, «alla luce del nuovo contesto di mercato e regolamentare», come dice il comunicato diffuso dopo la firma. «La ripresa dell’economia richiede di essere rafforzata», è scritto nel testo. E quindi occorre sostenere, anche sotto il profilo del credito, le imprese, da quelle minori a quelle più strutturate, in particolare le pmi che ancora risentono degli effetti della crisi. Da qui l’esigenza di una proroga della sospensione e allungamento dei finanziamenti.
Dal 2009, anno del primo avviso comune banche-imprese, ad oggi le misure hanno consentito alle pmi di ottenere una liquidità aggiuntiva per circa 25 miliardi di euro. «L’accordo è uno strumento significativo per alleviare le tensioni finanziarie di quel 60% di imprese italiane che si trova ancora in una fase di transizione», ha commentato Matteo Zanetti, presidente del gruppo tecnico Credito e finanza di Confindustria. «I finanziamenti a medio e lungo termine – dice ancora Zanetti – potranno essere sospesi e allungati a condizioni che consentano di limitare significativamente l’eventuale aumento dei tassi di interesse». Per il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, l’accordo «è un importante punto di collaborazione per rafforzare lo sviluppo e l’occupazione e costituisce un ulteriore sforzo del mondo bancario per favorire il massimo di competitività dei fattori produttivi italiani, sforzo che auspichiamo venga apprezzato, riflettendo anche sull’opportunità di non abolire l’Ace».
Nell’intesa firmata ieri c’è una ulteriore spinta alla collaborazione tra il mondo imprenditoriale e quello bancario: entro il primo trimestre del 2019 dovrà essere messo a punto un documento sulle misure condivise per sostenere lo sviluppo del finanziamento alle imprese, in particolare pmi. I temi prioritari dovranno essere il Fondo di garanzia e l’operatività delle garanzie Ismea (credito agrario); lo sviluppo di garanzie private; l’ottimizzazione dei fondi europei; le iniziative per migliorare l’accesso al credito; il riequilibrio della struttura finanziaria delle imprese e il livello di patrimonializzazione. Inoltre viene costituito un tavolo sulle iniziative regolamentari internazionali, per assumere iniziative comuni. L’importanza del tavolo è sottolineata da Zanetti: la regolamentazione finanziaria internazionale «è un tema centrale per l’accesso al credito, su cui Confindustria, Abi e le altre organizzazioni imprenditoriali italiane ed europee lavorano da tempo per allentare la stretta regolamentare e giungere ad un assetto di regole altamente calibrato, senza spiazzare l’offerta di credito», ha commentato Zanetti, sottolineando aluni risultati importanti come il Pmi Supporting Factor. Occorre lavorare insieme, ha insistito, sul completamento dell’Unione bancaria, sul backstop al fondo di risoluzione e sulle regole sugli accantonamenti a fronte degli Npl.
Il nuovo accordo per il credito 2019 entrerà in vigore il primo gennaio del prossimo anno. Nel frattempo le banche continueranno le operazioni di sospensione e allungamento dei finanziamenti secondo le regole dell’Accordo per il credito 2015 (che ha avuto negli passato varie proroghe), per dare continuità alle misure. L’elenco delle banche che aderiscono è pubblicato sul sito dell’Abi.
In particolare il nuovo protocollo, le cui misure sono state denominate “Imprese in ripresa 2.0”, prevede che si possa chiedere per un anno la sospensione del pagamento della quota capitale delle rate dei finanziamenti. Il tasso di interesse può essere aumentato, rispetto a quello originario, solo in ragione di eventuali maggiori costi sostenuti dalla banca per realizzare l’operazione e comunque non oltre i 60 basic point. La sospensione è applicabile ai finanziamenti a medio e lungo termine, anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie e alle operazioni di leasing (in questo caso la sospensione riguarda la quota capitale implicita nei canoni di leasing). Sono ammessi anche i finanziamenti già sospesi e allungati a condizione che ciò non sia avvenuto nei 24 mesi precedenti. Le banche si impegnano a rispondere entro 30 giorni. Nel caso dell’allungamento è previsto che l’estensione del finanziamento possa arrivare al 100% della durata residua dell’ammortamento. È specificato che si deve concedere una riduzione della rata di ammortamento apprezzabile rispetto a quella originaria. Per la dimensione delle imprese si è presa a riferimento la definizione Ue: sono pmi quelle con meno di 250 dipendenti e fatturato inferiore ai 50 milioni, ferma restando la discrezionalità delle banche.

L’accesso al credito per le imprese è difficoltoso soprattutto a causa di una forte asimmetria informativa tra i nuovi criteri di valutazione del merito creditizio e le metodologie di gestione delle relazioni da parte del sistema imprenditoriale. La Consulting for innovation ha anche l’obiettivo di fare in modo che le imprese abbiano il credito necessario supportandole e guidandole per far in modo che si riduca sempre più questa asimmetria.

 

Data Pubblicazione: 16/11/2018

Scritto da: Nicoletta Picchio

Pubblicato su: SOLE 24 ORE

Fonte: http://iusletter.com/oggi-sulla-stampa/credito-accordo-abi-imprese-sulla-moratoria-alle-pmi/

 

Gli alert per le aziende aprono nuovi sbocchi

Se per i dottori commercialisti si aprono nuove prospettive di lavoro, per gli avvocati la riforma del codice delle crisi d’impresa può, invece, portare un restringimento degli spazi d’azione. I primi potranno, infatti, beneficiare dell’allargamento degli obblighi di revisione anche a società finora escluse, mentre i legali devono convincere il Governo a far marcia indietro sulla mancata previsione della difesa tecnica nei casi di proposta di concordato per i debitori in stato di sovraindebitamento.

Le due categorie una certezza, tuttavia, ce l’hanno: entreranno a far parte del nuovo albo nazionale da cui l’autorità giudiziaria potrà attingere per affidare gli incarichi di curatore, commissario giudiziale o liquidatore. Elenco da cui, invece, sono stati esclusi i consulenti del lavoro, che reclamano il loro diritto a farvi parte.

Il coinvolgimento della categoria nelle tante nuove procedure è molto ampio: il sindaco unico sarebbe obbligatorio, secondo le stime di Bankitalia, in oltre 180mila aziende, per gli Ocri (organismi di composizione delle crisi di imprese) da attivare ai primi segnali di allerta potrebbero servire dai 180mila ai 210mila esperti, a fronte di 60-70mila imprese colpite dal procedimento di allerta. «I commercialisti potranno assumere anche l’incarico di attestatori» spiega Andrea Foschi, che nel Consiglio nazionale ha la delega per le crisi e il risanamento di impresa – ed entreranno in gioco se l’azienda che ha sviluppato indici di rischio allarmanti decide comunque di non attivare il procedimento presso l’Ocri».  «In questo caso è obbligatoria, appunto, l’attestazione di un professionista indipendente che si farà carico di responsabilità penali e civili». Tutte professionalità da “pescare” dal nuovo Albo di esperti per i ruoli di liquidatore, commissario giudiziale e curatore, cui, secondo l’attuale schema di decreto, possono accedere commercialisti e avvocati.

Dal Consiglio nazionale dei commercialisti è arrivata la preoccupazione per questa massa di incarichi. In audizione quindi il 4 dicembre il Cndcec ha chiesto un’entrata in vigore scaglionata. «Serve più tempo per le imprese sotto i 5 milioni di fatturato» precisa Foschi. Secondo i commercialisti occorrerebbe almeno un anno in più per la nomina dei sindaci e 18 mesi (in aggiunta agli attuali 18 validi per tutti) per far scattare le nuove procedure di allerta anche per loro.

Tralasciando i rilievi di carattere procedurale e soffermandosi su quelli che possono avere una ricaduta sull’attività, il Consiglio nazionale forense chiede al Governo di eliminare dalla norma sul concordato relativo alle imprese in stato di sovraindebitamento il divieto di farsi assistere da un difensore. «Va considerato – sottolinea Carlo Orlando, consigliere del Cnf – che quelle procedure si concludono di solito con un procedimento giurisdizionale, per cui non si può escludere la difesa tecnica. E poi, la legge delega non dice nulla al riguardo». Altro aspetto delicato è l’istituzione degli Ocri. «Sono – aggiunge Orlando – nuovi contenitori che dovranno garantire la massima riservatezza. La commissione Rordorf, che ha lavorato alla riforma, aveva previsto che le procedure di allerta venissero trattate dalle attuali camere di compensazione, che funzionano bene».

L’esclusione dall’albo dei curatori e commissari giudiziali non va giù ai consulenti del lavoro. «Tra i principi della legge delega – afferma Sergio Giorgini, vicepresidente del Consiglio nazionale della categoria – c’è la tutela dell’occupazione e del reddito dei lavoratori delle imprese in crisi. Il consulente del lavoro ha le competenze per intervenire. Dunque, abbiamo i titoli per stare nell’albo. Il decreto, invece, si rifà a requisiti fissati nel 1946. Ma a quell’epoca non c’era alcuna normativa sulla tutela dei diritti dei lavoratori».

 

Di sovente la Consulting for Innovation si trova a doversi confrontare con soggetti economici che stanno subendo procedure esecutive sui beni, come pignoramenti o fermi amministrativi. Il pool di professionisti della Consulting assiste il debitore in tutte le fasi della procedura, mettendo a disposizione i suoi professionisti che valuteranno le singole posizioni e assisteranno i consumatori e le aziende nell’iter da avviare.

 

Data Pubblicazione: 10/12/2018

Scritto da: Antonello Cherchi e Valeria Uva

Pubblicato su: Quotidiano del Lavoro, del Sole 24 ore Norme e Tributi

Fonte : http://quotidianolavoro.ilsole24ore.com/art/agevolazioni-e-incentivi/2018-12-07/la-crisi-d-impresa-apre-nuovi-sbocchi-122129.php?uuid=AECovVvG&fromSearch

 

Studi tecnologici per fare consulenza

Occorre valorizzare i dati dei clienti per far emergere bisogni anche inespressi

Un forum per imparare a guardare lontano: i dottori commercialisti dell’Adc. Per il loro congresso nazionale che si tiene a Brescia ieri e oggi, hanno scelto come guide Barbara Gasperini, innovation blogger, e Cristina Pozzi, ceo di Impactscool, realtà che si occupa di educare all’innovazione.

Il futuro, che si preannuncia con la digital evolution, è il tema di confronto delle due giornate di Adc: << È tempo di anticipare i cambiamenti, di accettare le sfide e vincerle>> è l’highlight del congresso. Walter Anedda, presidente della Cassa di previdenza dei dottori commercialisti, ha sottolineato come sia nel Dna della professione la capacità di adattamento, di elaborare dati per restituire la chiave dei processi. Certo, oggi i cambiamenti sono rapidissimi, ma occorre allenare l’intelligenza creativa, l’intuito, la capacità di cogliere segni, per individuare le esigenze anche inespresse del cliente. I dottori commercialisti devono imparare a valorizzare i tantissimi dati dei clienti che vengono veicolati all’agenzia dell’Entrate per, ad esempio, individuare e fronteggiare prima i trend aziendali. << La fattura elettronica – ha sottolineato Claudio Rorato, professore al Politecnico di Milano e Direttore dell’Osservatorio Professionisti e innovazione digitale – deve essere un momento organizzativo non un documento fiscale>>.

Per quanto riguarda gli studi il cambiamento è per il 51% guidato, voluto dalla legge. La scommessa è fare della tecnologia una leva di efficienza e un perno per cambiare la relazione con il cliente, un cambiamento che oggi interessa solo il 14% delle realtà professionali. L’Osservatorio del Politecnico ha chiesto alle Pmi (un campione di 376 aziende) quali miglioramenti auspicano da parte dei professionisti: il 41% sollecita la capacità di consigliare l’azienda nel suo sviluppo, il 34% chiede la capacità di fornire consigli in anticipo. << I commercialisti devono utilizzare la tecnologia per guadagnare tempo rispetto agli adempimenti e svolgere il ruolo infungibile della consulenza>>.

 

 

Consulting for Innovation  si pone l’obiettivo di fornire consulenza alle imprese e agli imprenditori aiutandoli nella gestione del proprio business a 360°.

I continui e veloci cambiamenti dei mercati e l’avvento delle nuove tecnologie, hanno generato delle profonde difficoltà alle aziende. Il mondo dell’imprenditoria si sta rivoluzionando, diventa sempre più necessario essere constantemente aggiornati e affiancati da aziende specializzate.

 

Data Pubblicazione: 09/11/2018

Scritto da: Maria Carla De Cesari

Pubblicato su: SOLE 24 ORE

Allarme derivati: valgono 33 volte il Pil mondiale

Il valore stimato è 2,2 milioni di miliardi. Deutsche Bank, Barclays e Credit Suisse arrivano a 113 mila  miliardi: più delle 14 maggiori banche americane messe insieme.

Il valore nozionale dei derivati in circolazione a livello mondiale potrebbe sfiorare la strabiliante cifra di 2,2 milioni di miliardi di euro, vale a dire 33 volte il Pil mondiale e quattro volte tanto quello che si pensava finora, amplificando in modo allarmante il rischio sistemico di prodotti per loro natura interconnessi. Rischio che ancora sfugge in gran parte ai tentativi di controllarlo. Basti pensare che la stessa regolamentazione di vigilanza bancaria è tuttora concentrata più sui rischi di credito tradizionali che sui rischi connessi all’innovazione finanziaria che – vedi il caso dei mutui subprime Usa – hanno dimostrato di essere in grado di seminare recessione su scala globale.

Fino a ottobre la mappa del rischio-derivati era spiegata all’80% dall’attività delle prime 55 banche dei tre blocchi Europa-Usa-Giappone, come risulta dal data base di R&S-Mediobanca. Gli unici dati “ufficiali” sull’entità del fenomeno erano quelli raccolti dalla Banca dei regolamenti internazionali tra 70 grandi dealer (principalmente le banche centrali), che segnalavano a fine 2017 532mila miliardi di dollari di derivati Otc e 90mila miliardi trattati sui mercati regolamentati per un totale di 622mila miliardi di dollari, pari a poco meno di 550mila miliardi di euro. La prima indagine annuale dell’Esma, pubblicata il 18 ottobre scorso, ha però evidenziato che nei soli 28 Paesi Ue l’entità delle transazioni in derivati è superiore a quanto ipotizzato: 660 trilioni di euro (660mila miliardi) a fine 2017. Se è corretta l’assunzione della Bri secondo la quale i derivati trattati sui mercati europei rappresenterebbero meno di un quarto dei derivati di tutto il mondo, ciò significa che l’ammontare effettivo – se censito con metodi più capillari – potrebbe sfiorare appunto i 2,2 milioni di miliardi di euro. La maggior concentrazione resta appannaggio delle banche europee. Dai dati R&S-Mediobanca risulta infatti che a fine 2017 alle prime 27 banche continentali facevano capo derivati per un valore nozionale di ben 283mila miliardi, pari al 42% dei derivati Ue quantificati dall’Esma. Prese singolarmente, la sola Deutsche Bank (48,26 trilioni) e la sola Barclays (40,48 trilioni) hanno molti più derivati di tutte le principali banche giapponesi messe assieme (32,44 trilioni). Aggiungendo anche i derivati della terza banca europea più attiva – i 24,53 trilioni del Credit Suisse – si arriva a un importo di 113,3 trilioni, superiore a quello delle prime 14 banche Usa, che, tutte insieme, arrivano a 112,75 trilioni. La prima banca Usa per ammontare di derivati è JPMorgan con 40,34 trilioni di euro, seguita da Citigroup con 38,4 e Bank of America con 25,57.

Tra le 27 big del credito europeo rientrano anche Intesa (2,94 trilioni di derivati) e UniCredit (2,5 trilioni), che sono però ben lontane dai livelli del top continentale.

 

Consulting for Innovation si occupa di anomalie bancarie, assiste e accompagna la clientela in tutte le fasi giudiziali e stragiudiziali del processo. Le anomalie bancarie sono diventate uno dei principali problemi nella relazione fra cliente e sistema bancario / finanziario. Tale problematica è divenuta sempre di maggiore attualità a causa della forte pressione competitiva che permea i mercati e che ha ridotto i margini operativi delle aziende, che hanno così visto aumentare – proporzionalmente – l’impatto dei costi legati alla fruizione dei vari prodotti bancari.

 

Data Pubblicazione: 06/12/2018

Scritto da: Antonella Olivieri

Pubblicato su: SOLE 24 ORE

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-05/banche-allarme-derivati-valgono-33-volte-pil-mondiale-202803_PRV.shtml?uuid=AErENbtG

 

La rivoluzione digitale corre, “va gestita per non subirla”

L’attesa inerme della rivoluzione digitale e dei suoi impatti sul mercato del lavoro potrebbe rivelarsi un errore definitivo e irrimediabile. È senz’altro difficile prevedere se l’intelligenza artificiale amplierà o restringerà i confini dell’occupazione.  Se l’innovazione digitale sarà trasformata in un freno alla fuga di cervelli. O ancora se chi è disoccupato oggi avrà più possibilità di essere occupato domani.  Ed è proprio l’imprevedibilità che dovrebbe spingere le aziende, le università, i centri di ricerca, le associazioni, i sindacati e anche la politica su una strada più concreta e responsabile.

È un auspicio urgente, e ampiamente condiviso, quello emerso in occasione del secondo appuntamento con i “Talks on Tomorrow”, il ciclo di incontri dedicati al futuro    ideato    da    Repubblica   ed H­Fa1m. Il rapporto uomo­robot è riuscito facilmente a scaldare gli animi dell’evento organizzato in collaborazione con EY, andato in scena lo scorso martedì nello Spa­ zio Base di Milano. Non poteva es­ sere altrimenti visto che le imprese, dai bìg alle startup, si stanno trovando sempre più faccia a faccia con una rivoluzione di enorme portata, Secondo le stime presentate da EY, in Italia nei prossimi 5 anni saranno disponibili più di 2,5 milioni di posti di lavoro. Il 78% sostituirà la forza lavoro esistente, nuovi ambiti lavorativi in cui esprimerci saremo formati per interagire con le macchine, ma serve un cambiamento profondo.   I tempi di questa trasformazione professionale e culturale sono troppo dilatati rispetto alla velocità della tecnologia ­ ha avvertito   Emilia Garito, CEO  di Quantum Leap lP, uno dei primi broker di proprietà intellettuale creati in Italia ­ Bisogna inoltre evitare  di creare scos­ soni culturali che possono diventare difficili da riequilibrare».

La numero uno di Quantum Leap IP è anche membro del gruppo di coordinamento della Task force sull’intelligenza artificiale promossa dall’Agenzia per l’Italia digitale, nonché esperta incaricata dalla Commissione europea per la valutazione dei progetti Hori­ zon 2020 nei settori hi­tech. E non è un caso che abbia sfruttato l’occasione per auspicare una presa di coscienza responsabile da parte della politica. «L’Europa sta inve­stendo molto sulle nuove frontiere tecnologiche, anche da un punto di vista etico. Quest’ultimo aspetto è importante perché siamo in competizione con due potenze come gli Usa e la Cina, che stanno abbracciando le tecnologie in modo molto libertino», L’approccio più cautelativo dell’Europa non ha comunque impedito la nascita di alcune   eccellenze nel Vecchio Continente. È il caso dell’italiana Userbot, startup specializzata in intelligenza artifìcìale per il servizio clienti. «Abbiamo sviluppato una tecnologia è in grado di riconoscere il significato semantico, il contesto, lo stato d’animo e le abbreviazioni nei messaggi del cliente. E che quando non sa rispondere ­ ha spiegato il ceo e founder, Antonio Giarrusso gira la richiesta di supporto all’operatore in carne e ossa ma continua a seguirne gli sviluppi, apprendendo dal comportamento umano. Così se ricapita la domanda, ha la risposta pronta».

È però lo stesso Giarrusso a sottolineare i limiti odierni della tecnologia.  «L’intelligenza artificiale non è ancora in grado di sostituire integralmente l’uomo ed ecco perché parliamo ancora di “weak artificial ìntellìgence” (letteralmente, “intelligenza artificiale debole”). È quindi forse più utile pensare ai lavoratori del futuro in uno scenario di collaborazione con le macchine ha sottolineato il ceo di Userbo. È fondamentale essere sempre al passo con i tempi: ad esempio, noi investiamo continuamente sulla formazione, spesso attraverso l’e­learnìng che garantisce costi contenuti». Essere una startup ha naturalmente dei vantaggi, soprattutto in termini di dinamismo e flessibilità. Caratteristiche che ormai vanno perseguendo anche le grandi realtà come dimostra la strategia digitale di Poste Italiane. Il responsabile IT di Poste italiane ci tiene però a mantenere il focus sul capitale umano, “preferisco il concetto di intelligenza aumentata a quello di intelligenza artificiale, se non altro perché ci sono attività che possono essere svolte solo dalle persone. Una convizione condivisa anche da Donato Ferri, Meditterranean people advisory service leader di EY, che ha portato sul palco l’esperienza diretta della società di consulenza. Ferri spiega “Anche la nostra offerta di servizi sta cambiando. C’è più tecnologia, seppur mediata sempre dalle persone. Ci troviamo ormai a collaborare con i clienti fin dalla fase di progettazione delle soluzioni. Il lavoro del consulente è più aperto, resta vicino al cliente, ma vive un’esperienza diversa”.

 

Siamo nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione digitale che sta stravolgendo il modo di lavorare canonico. Abbiamo a nostra disposizione un infinito range di strumenti innovativi che ci consentono di migliorare e rendere più efficiente il lavoro che svolgiamo, ma tutto questo deve essere accompagnato da un’adeguata formazione continua. Per stare al passo con le innovazioni è l’individuo stesso che deve reinventarsi e aggiornarsi in ogni settore costantemente. Consulting for Innovation  fa della formazione uno dei punti focali della sua mission, solo chi si adegua al cambiamento può trarne vantaggio!

 

Data Pubblicazione: 10/12/2018

Scritto da: Frollà Andrea

Pubblicato su: Repubblica Affari&Finanza

 Fonte http://www.ow7.rassegnestampa.it/Cavalieridellavoro/PDF/2018/2018-12-10/2018121040775096.pdf

Derivati a rischio equipartito

Derivati a rischio equipartito

Illegittimi i contratti sbilanciati a favore della banca. Il tribunale di Piacenza dà ragione al cliente: l’istituto deve restituire il denaro

Illegittimi i contratti derivati a copertura del rischio tassi di interesse, quando il meccanismo di calcolo è sbilanciato a favore della banca.

Cosi ha deciso il tribunale di Piacenza che ha dato ragione a un hotel, cui è stato riconosciuto il diritto alla restituzione delle somme pagate a una banca.

Il principio applicato dal tribunale di Piacenza è che nei contratti derivati, il rischio, anche se intrinseco all’operazione, deve essere bilaterale, e deve soddisfare ex ante un interesse del cliente. Altrimenti chi dovrebbe essere << assicurato>> dall’andamento dei tassi finisce per essere un debitore di interessi altissimi a favore della banca. In parole povere, il cliente deve avere la piena consapevolezza del rischio prima della sottoscrizione e la mancata trasparenza, con il conseguente disequilibrio delle posizioni, è fonte di responsabilità contrattuale.

È corretto che la banca si faccia pagare per un servizio di <<assicurazione del rischio>>, ma è anche corretto che i casi in cui il cliente possa ricevere questa copertura, non siano sostanzialmente impossibili da realizzare.

Nel caso specifico si è trattato di un contratto appartenente alla categoria nota come Interest rate swap (Irs). Essi appartengono ai contratti ce hanno lo scopo di riduzione del rischio collegato all’andamento dei tassi di interesse. Questa finalità è descritta come una funzione di natura assicurativa, perché si dice che garantiscono di trasformare un tasso variabile in un tasso fisso e vicersa. I contratti di Interest rate swap hanno questa struttura: se i tassi variabili superano un tetto predeterminato la banca paga una certa somma al cliente; invece sei i tassi scendono è il cliente che paga alla banca. Nel caso specifico il giudice ha dimostrato conti alla mano, che solo in casi praticamente difficilissimi da realizzare il cliente avrebbe potuto ricevere un versamento dalla banca; inoltre il giudice ha verificato che alla banca sono arrivate somme molto elevate, sproporzionate rispetto alla funzione di remunerare l’assunzione del rischio di copertura del cliente quanto all’andamento dei tassi. Il giudice ha, quindi, accertato un eccessivo sbilanciamento del rischio, non equamente ripartito tra le parti, ma sproporzionalmente messo a carico solo sul cliente.

Da ciò è scaturita la condanna alla restituzione delle somme.

Più in generale un derivato può essere contestato per diverse ragioni. La giurisprudenza, di merito e di Cassazione, ha studiato diversi casi: vizio della forma scritta; mancata previsione della clausula di recesso in favore del cliente; la mancanza di qualità o qualifica di operatore qualificato da parte del cliente e cioè mancata sufficiente consapevolezza dei meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari e mancata presa di coscienza delle informative previste dal regolamento Consob e dal Testo unico dei mercati finanziari.

Le anomalie bancarie sono diventate uno dei principali problemi nella relazione fra cliente e sistema bancario.

La relazione che intercorre fra cliente e sistema bancario / finanziario è caratterizzata da una pressoché totale disinformazione che genera un’asimmetria informativa a favore delle banche. Ciò consente agli istituti di Credito di poter mettere in campo dei servizi e dei prodotti con vantaggi e garanzie quasi sempre in loro favore, applicando contratti ed interessi che spesso vanno anche al di là dei limiti e delle regole giuridiche e facendo sorgere anomalie bancarie. La Consulting for innovation consente alla clientela di stabilire se sia stata violata la normativa esistente da parte degli istituti di credito individuando tutte le irregolarità attuate, in seconda battuta, si propone di accompagnare il cliente attraverso tutte le fasi processuali ed extra – processuali con l’obbiettivo di vederne riconosciuti i diritti.

 

Data Pubblicazione: 22/11/2018

Scritto da: Antonio Ciccia Messina

Pubblicato su: ItaliaOgggi

 

Costi bassi e flessibilità, le app vanno alla conquista della formazione

Secondo le stime di Gartner entro i prossimi quattro anni un quarto dei lavoratori utilizzerà almeno una app per le risorse umane; anche se, avvertono i ricercatori, il rischio è al momento rappresentato dalla frammentazione all’interno delle aziende, con le singole divisioni che procedono in modo autonomo all’acquisto di piattaforme differenti tra loro. I grandi interlocutori istituzionali, come le scuole di Business, grazie alla loro maggiore visibilità rispetto ai piccoli hanno quindi un’ottima opportunità per diventare protagonisti anche di questo nuovo mercato. Che sta evolvendo rapidamente: vediamo come. Il direttore del programma sanitario della catena internazionale di grandi magazzini Auchan, Emmanuel Le Bouille, aveva messo in programma di offrire a tutti i dipendenti un corso sanitario e per il benessere. Non poche persone: 260mila, sparse in 12 Paesi diversi. Ma si era rapidamente convinto che l’approccio tradizionale, con i corsi in aula, avrebbe richiesto almeno quattro anni di tempo. Un periodo troppo lungo per essere accettabile. La sua decisione fu quella di rivolgersi a Coorpacademy, una start up svizzera in grado di fornire corsi di formazione scaricabili attraverso app dedicate. Il risultato fu che oltre la metà dei dipendenti di Auchan completarono il corso nei primi tre mesi dopo l’avvio del programma. Certo, qualche problema è stato inevitabile, per esempio a causa dell’impossibilità di avere l’app per Android necessaria per aggirare il veto cinese su Google e Google Play App. Ma calcolando il costo effettivemente sostenuto, intorno ai due euro a dipendente, il programma può comunque essere definito un grande successo, visto che il costo in aula sarebbe stato dieci volte più alto. Il caso Coorpacademy-Auchan testimonia come un numero crescente di aziende hi-tech, molto spesso start up, stiano guardando con attenzione al ricco mercato (stimato oltre i 350 miliardi di dollari) della formazione per le grandi aziende internazionali, che devono fornire (con costi altissimi) piani ad hoc per tutti i dipendenti, e in tutte le sedi sparse nel mondo. In Coorpacademy, l’obiettivo dichiarato dopo cinque anni di attività è quello di diventare una specie di Netflix della formazione. Già oggi offre circa 800mila soluzioni diverse, in 19 lingue, con programmi di gamification che stimolano i singoli utenti a completare il percorso formativo in modo migliore e in tempi più rapidi. La start up svizzera offre inoltre alle aziende clienti una formula di revenue-sharing, con la possibilità di inserire nelle app i programmi di formazione customizzati, che a quel punto possono diventare disponibili per tutto il mercato. In pratica, Coorpacademy genera una App su misura per un cliente, ma il corso realizzato per quel cliente può diventare un corso vendibile in tutto il mondo a chiunque abbia le stesse problematiche di formazione. Un altro protagonista del settore della formazione via app è SmartUp, una società con sede a Londra (e oltre 35mila utenti paganti al mese) che sfrutta le modalità di apprendimento «peer-to-peer» per consentire agli utenti di mettere alla prova le proprie capacità confrontandole con quelle di altri. I punti forza di SmartUp sono la semplicità e flessibilità dei programmi su smartphone, che consentono un fortissimo risparmio rispetto alla formazione in aula e permettono a chi inizia il percorso formativo di apprendere grazie al confronto con altri colleghi che hanno già maturato conoscenza più approfondite. Insomma, un mercato in forte crescita e con molti nuovi attori che tuttavia, come ha ricordato Gartner, non potrà non far gola agli attuali protagonisti del settore. E questi, grazie alla notorietà già acquisita, potranno godere di un notevole vantaggio competitivo qualora decidessero di entrare in forza anche nel nuovo mercato.

Il mercato del digitale forma un connubio sempre più solido con quello della formazione. In tutti i settori sta diventando sempre più necessario e stimolante, sostituendosi perfettamente ai metodi di formazione tradizionali. In ogni campo la formazione è sempre stata la “conditio sine qua non” per potersi differenziare, la Consulting for Innovation fa di essa il suo cavallo di battaglia.

 

Data Pubblicazione: 12/11/2018

Scritto da: Mattia Losi

Pubblicato su: IL SOLE 24 ORE

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/management/2018-10-09/costi-bassi-e-flessibilita-app-vanno-conquista-formazione-174853.shtml?uuid=AEOqw9JG